Donald Trump è ripartito da Pechino apparentemente entusiasta. Ha parlato della Cina come di un “luogo fantastico” e di essere rimasto “molto colpito”. Ha definito Xi Jinping come un uomo “che stima molto”, descrivendolo come un “vecchio amico” con cui sono stati risolti molti problemi e siglati “accordi fantastici”. Ma tra le righe degli annunci roboanti del presidente degli Stati Uniti, che è sembrato quasi sopraffatto dall’accoglienza trionfale organizzata dal leader cinese, il tycoon ha ripreso l’Air force One con ben poche vittorie da poter spendere in patria.

E tra i palazzi blindati del Zhongnanhai, cuore pulsante del Partito comunista cinese, l’impressione è che Xi, tra i detti e soprattutto i non detti, abbia voluto dettare lui le nuove linee del rapporto tra Cina e Stati Uniti.
Il “principe rosso”, soprannome che deriva dall’essere figlio di Xi Zhongxun e quindi erede della “aristocrazia” rivoluzionaria cinese, non ha fatto alcuna concessione. Trump è arrivato Pechino chiedendo un aiuto sull’Iran, e ha ottenuto solo che il ministro degli Esteri, Wang Yi, abbia detto qualcosa che già si sapeva: la Cina è favorevole alla riapertura dello Stretto di Hormuz. E proprio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che la Repubblica islamica “accoglie con favore qualsiasi iniziativa della Cina per contribuire a risolvere la situazione”.

Su Taiwan, Xi ha lanciato un avvertimento molto duro vista la tradizionale cautela delle dichiarazioni del presidente, parlando del rischio concreto di cadere nella “Trappola di Tucidide” e che uno scontro con gli Usa sarebbe inevitabile se non venisse gestito bene il dossier Taipei. Ai microfoni di Fox News, il tycoon ha cercato di smorzare i toni: “Non è cambiato nulla. Non voglio che qualcuno diventi indipendente. Dovremmo percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra. Non è quello che cerco. Voglio che si calmino”.
E sugli accordi economici, mentre Trump li ha definiti “fantastici”, il leader di Pechino ha di fatto dribblato qualsiasi richiesta di dettagli, ma con almeno due elementi: i Boeing acquistati sono meno di quelli immaginati del tycoon e sulle terre rare, le tecnologie e i minerali critici tutto è rimasto invariato. I freni di Xi alle ambizioni del presidente Usa e la cautela quasi adulatrice mostrata dal capo della Casa Bianca nei confronti del leader del Partito comunista cinese sono i segnali che la visita a Pechino non sia stata un trionfo americano.

Al contrario, Xi è apparso come un leader di nuovo pienamente in sella sia sul piano interno che internazionale. E l’incontro con Trump è servito a far riprendere al leader cinese una posizione da interlocutore indispensabile che in questi ultimi mesi, se non anni, era stata offuscata. Sia per l’assenza della Cina da molte crisi emergenti, sia per la frenata economica del colosso asiatico.
Adesso però le cose sembrano di nuovo cambiate. Tutti si aspettano un ruolo maggiore di Xi nelle questioni globali. Anche dall’Europa sono arrivati segnali di come molti governi ritengano fondamentale la Repubblica popolare per sbrogliare la crisi del Golfo Persico come la guerra in Ucraina. Dossier su cui Trump aveva detto di avere la soluzione a portata di mano, per poi scontrarsi con una realtà decisamente più complessa e impossibile da gestire in solitaria.

E proprio sul fronte ucraino, e quindi russo, l’importanza di Xi è data anche da un altro fattore: il prossimo arrivo nella capitale cinese di Vladimir Putin. Il presidente russo è atteso a Pechino il prossimo 20 maggio. A distanza di pochi giorni, la Cina ospita quindi il presidente Usa e il capo del Cremlino, immagine eloquente della volontà dei leader di recarsi alla corte del “principe rosso”. Il portavoce presidenziale, Dimitry Peskov, ha spiegato che l’agenda dell’incontro è già stabilita. “Innanzitutto, le nostre relazioni bilaterali, un rapporto speciale di partenariato strategico ristrutturato” ha detto Peskov. “C’è un volume considerevole di scambi commerciali e cooperazione economica, che supera costantemente i 200 miliardi di dollari. E naturalmente, anche le questioni internazionali saranno all’ordine del giorno”, ha spiegato il portavoce del Cremlino.

Nel giorno in cui l’Ucraina conta 24 morti per l’ultima ondata di bombardamenti che hanno colpito Kyiv e altre città del Paese, tutti sono consapevoli che l’asse tra Mosca e Pechino rappresenta un elemento cruciale per le capacità russe di proseguire nel conflitto. Le tecnologie “dual use”, la postura diplomatica di Xi e gli acquisti di gas e petrolio dai giacimenti russi forniscono a Putin una copertura indispensabile. E lo stesso discorso vale per il via libera dato alla Corea del Nord per sostenere sul campo lo “zar”.