Il paradosso dei numeri primi è di essere divisibili solo per sé stessi e per 1. Esistono all’interno della sequenza infinita dei numeri, ma restano irriducibilmente isolati. Così è Israele. Persiste infatti la condizione per cui da una parte ci sia uno Stato sovrano, che gruppi terroristici e governi conniventi osano mettere in discussione, dall’altra la comunità internazionale. È un distinguo politico e ideologico cresciuto negli ultimi anni.

Dopo il 7 ottobre 2023, Israele si è trovata sola a combattere per liberare gli ostaggi e contrastare Hamas e gli altri proxy iraniani. Fuori dal Medio Oriente, soprattutto tra Europa e Stati Uniti, si è fatta sempre più numerosa e vociante una collettività eterogenea di governi, organizzazioni, ma anche illuminati intellettuali che diceva a Bibi Netanyahu come fare. In generale, il suggerimento era di alzare bandiera bianca.
A quella solitudine, gli Stati Uniti di Trump si erano messi di traverso.

La guerra dei dodici giorni contro l’Iran, la liberazione degli ultimi ostaggi e la creazione del Board of Peace per Gaza avevano permesso a Israele di uscire dall’isolamento. Con le unghie e con i denti, il Paese si era conquistato una nuova posizione sul palco della politica internazionale. Attore protagonista delle sfide mondiali, con una capacità strategica senza pari nella regione, un’autorevolezza in grado di mettere in riga chi, al Palazzo di Vetro, cercasse di cancellarlo e altrettanto primadonna nella transizione tecnologica, nelle politiche di sostenibilità e nella ricerca scientifica. Fedele alla tradizione del popolo ebraico, Israele – da sola appunto – si è fatta le spalle larghe sulla base di una storia che mai le è stata tenera.

Poi l’inciampo. Sulle prime, Israele aveva accolto la guerra in Iran come l’occasione per chiudere definitivamente la partita contro il suo nemico giurato. E avviare un capitolo di ricostruzione e pace per tutto il Medio Oriente. Netanyahu è riuscito solo fino a un certo a governare la conduzione improvvisata a firma di Trump del secondo conflitto in Iran. Il nuovo fronte nel sud del Libano era volto a prevenire un contropiede di Hezbollah e indebolire Teheran.

Oggi, il conflitto ha assunto le vesti di una drôle de guerre. La tregua dà ossigeno a un regime in coma. Un qualsiasi successo nei negoziati legittimerebbe l’Iran a riprendere, in tempi neanche lunghi, le ambizioni nucleari. Nel frattempo, in Occidente è esploso il sentimento antisionista, anti-israeliano, antisemita. Il ritorno in mare della Flotilla e la vergogna del 25 aprile sono la punta dell’iceberg di un “odio dell’ebreo” che il Rabbino capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, ha definito “di stampo medievale”. Quando la Shoah era ancora lontana. Eppure gli ebrei si bruciavano sul rogo insieme a streghe e liberi pensatori.

Oggi sembrano lontani i canti e i balli di ebrei e iraniani insieme, di fronte alle sedi diplomatiche iraniane in Europa, alla notizia dell’eliminazione di Ali Khamenei. Il diritto di Israele, di esistere contro un mostro tentacolare e sanguinario, è tornato a essere una faccenda di esclusiva degli ebrei. Convinti di essere soli, lottano. Passano oltre le preclusioni dell’Occidente, alla ricerca di nuove frontiere e alleanze. Sta a noi dimostrare il contrario. Sta a noi dire “Israele non è sola”.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).