Il 25 aprile 2026 a Milano è andato in scena un fatto inedito nella storia repubblicana: in piazza, nel giorno simbolo dell’antifascismo italiano, la ricorrenza è stata negata a ebrei e israeliani in quanto tali. La gravità dell’episodio, oltre all’accaduto, è nel modo in cui è stato giustificato dopo. Il presidente nazionale dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, ha dichiarato che “c’era stato un impegno, mi hanno detto, da parte della Comunità ebraica di non portare le bandiere israeliane, per motivi ovvi data la situazione”.

L’accordo, però, non risulta a nessuno dei soggetti che, secondo lui, lo avrebbero sottoscritto. Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, ha smentito il giorno dopo: “Abbiamo rispettato tutte le regole. Le bandiere israeliane c’erano, ma nessuno si era accordato di non portarle”. Sulla stessa linea Emanuele Fiano e Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica. Nelle settimane precedenti era esistita solo una richiesta, unilaterale, di ARCI Milano e del Comitato Antifascista Permanente – di cui Anpi fa parte – che la Brigata aveva pubblicamente respinto. Non era un patto, ma una pretesa, un’imposizione.

La testimonianza di un partecipante che marciava nel gruppo della Brigata restituisce nella sua drammaticità la cornice della giornata: “Eravamo come in un ghetto, immobili, aspettando che i più violenti sfondassero il cordone delle forze dell’ordine. Nessuno di noi si è salvato dalle aggressioni verbali: per loro eravamo tutti fascisti e assassini. Nessuno di noi lo è, e neppure le bandiere che avevamo esposto”. In quel gruppo c’erano dissidenti iraniani in fuga dalla Repubblica Islamica, dissidenti georgiani, esponenti politici come Benedetto Della Vedova, Lia Quartapelle, Emanuele Fiano, Daniele Nahum, e bandiere ucraine portate da chi sta dalla parte di un popolo aggredito.

Eppure, la posizione ufficiale di Pagliarulo è stata netta: bandiera ucraina sì, bandiere israeliana e statunitense no, perché – ha sostenuto – “su Gaza e Iran l’aggressore è chiaro, e l’aggredito è il popolo palestinese”. È una presa di posizione indegna e irricevibile che pretende di decidere chi è autorizzato a “resistere” e chi no. Ma il clima creato da quella selettività non si è fermato dove Anpi lo aveva delimitato: in piazza i più violenti hanno strappato bandiere ucraine agli esponenti del Partito Radicale e spruzzato spray urticante negli occhi del loro presidente, Matteo Hallissey, che ha riportato un’abrasione corneale; i dissidenti iraniani sono stati contestati come gli altri. Quando il presunto antifascismo costruisce una gerarchia delle resistenze, accettandone alcune e respingendone altre, ci si deve poi aspettare che le esclusioni finiscano per estendersi ben oltre le intenzioni dichiarate.

Resta da capire, allora, di che resistenza si faccia rappresentante oggi l’Anpi. Non è forse resistenza quella del popolo ucraino contro l’invasione russa? Non lo è quella del popolo iraniano contro un regime teocratico? Non lo erano gli ebrei della Brigata, formazione che combatté i nazisti dentro l’esercito britannico per liberare anche l’Italia? Quel che è emerso sabato dalle piazze – bandiere palestinesi benvenute, vessilli di Hamas ed Hezbollah comparsi e tollerati a Roma, bandiere ucraine strappate e israeliane interdette – disegna un perimetro che è solo ideologico, non antifascista. Se è una “resistenza”, lo è solo in senso anti‑occidentale. I partigiani veri, quelli che combatterono e morirono perché un giorno chiunque potesse esprimere le proprie idee in piazza, si rivolterebbero nella tomba per quanto è accaduto a Milano nel loro nome. Per le bandiere che sono state cacciate, per chi è stato lasciato un’ora a farsi insultare, per chi ha trasformato la Festa della Liberazione in un esame di idoneità ideologica. L’Anpi, nel tempo, è diventata il simulacro di sé stessa, avendo smarrito i valori fondanti che ne giustificarono la nascita. Sabato 25 aprile, a Milano e Roma, lo si è visto.