Ogni volta che l’ordine internazionale sembra crollare e la violenza dilaga rompendo la convivenza pacifica tra nazioni e popoli, si impone una domanda: dove è il diritto internazionale? In verità, il diritto internazionale esiste e si è anzi molto sviluppato dal 1945. Tra l’altro con la stipula di molti trattati multilaterali, tra cui le convenzioni di Ginevra (1949, 1977) che mirano a limitare le violenze contro i civili nei conflitti armati. Al centro l’ONU, che include tutti gli Stati, costituito “per salvaguardare le generazioni future dal flagello della guerra” attraverso un mix di regole e di istituzioni imperniate sulla sicurezza collettiva affidata al Consiglio di Sicurezza. Un sistema però debole, con regole spesso incerte perché frutto di compromessi. Basato sul consenso degli Stati, diversi e con interessi divergenti (la mitica “Comunità internazionale”), esso richiede per funzionare autocontrollo (self-restraint) e buona fede soprattutto agli Stati più forti.  Un suo limite strutturale è la sovranità di ciascuno Stato al proprio interno che lo rende inefficace a tutelare i diritti fondamentali della persona umana, anche se internazionalmente riconosciuti (vedi Iran).

In questo contesto, come valuta il diritto internazionale le varie fasi del o dei conflitti che hanno coinvolto Israele? Cercherò di dare una risposta in termini giuridici, evitando quella faziosità aprioristica diffusa, specie a sinistra, che trova comodo fare dello Stato ebraico il capro espiatorio, bollandolo con termini giuridici specifici usati politicamente ad effetto (quali genocidio, annessione, apartheid), spesso con un’animosità che puzza di antisemitismo. Non si può che partire dall’invasione del sud di Israele da parte dei terroristi di Hamas il 7 ottobre e dagli eccidi di massa da loro compiuti con lo sterminio di 1.500 pacifici civili, oltre a rapire circa 250 persone, portandole a Gaza e tenendole prigioniere in condizioni disumane. Tutti gravissimi crimini ai sensi delle convenzioni di Ginevra e dello Statuto della Corte Penale internazionale (CPI), la cui applicazione nei confronti di terroristi resta purtroppo problematica. La reazione israeliana non poteva essere che quella di contrattaccare con l’obiettivo di distruggere, una volta per tutte, Hamas, il suo potenziale bellico, i suoi miliziani e le sue infrastrutture, sopra e soprattutto sotto terra, a cominciare dalle gallerie piene di armi scavate – senza riguardo per il loro status di luoghi neutrali – sotto ospedali, scuole, luoghi di culto.  Questa reazione militare è andata oltre il segno, pur tenendo conto che questa guerra, forse per la prima volta nella storia, si è sviluppata in un ambiente urbano densamente popolato? Una guerra nata “giusta” secondo lo ius ad bellum, è sfociata, per eccesso di legittima difesa, nella violazione dei principi del diritto umanitario nelle operazioni militari regolate dallo ius in bello? Certo, dagli scenari che abbiamo visto quotidianamente nei telegiornali, pare proprio che siano stati colpiti senza tanti riguardi anche i civili (tra cui i miliziani di Hamas peraltro si annidavano), con le abitazioni in gran parte distrutte e gli abitanti costretti “per la loro sicurezza” a lasciare in massa le loro case per poi ritornare a scontri finiti in tendopoli precarie. Il numero di 70.000 morti (cifra ammessa da Israele), di cui i miliziani di Hamas pare si aggirino sui 20.000, lascia sgomenti e giustifica lo sdegno di chi come noi europei vive in società che da 80 anni non conoscono guerre.

Purtroppo la tutela della vita dei civili, non partecipanti ad azioni belliche, non è piena secondo le convenzioni sul diritto bellico. Da un lato i militari sono tenuti a rispettare i principi di precauzione, distinzione e proporzionalità in situazioni dove la vita dei civili è a rischio. Ma tali principi vanno coniugati con l’altro riconosciuto della “necessità militare” che rende il sacrificio della loro vita non sempre illegale (è la orribile definizione di “danni collaterali”). Non credo invece nella fondatezza dell’accusa di genocidio che il Sud Africa ha mosso ad Israele davanti alla Corte internazionale di Giustizia, competente a giudicare gli Stati (e non le persone come invece la CPI) in base alla specifica Convenzione del 1948. Convenzione formulata sull’onda dell’orrore per lo sterminio del popolo ebraico perpetrato dai nazisti e applicata finora una sola volta: quando la Corte condannò la Serbia per non aver prevenuto la strage compiuta dalle milizie serbo-bosniache del generale Mladić a Srebrenica nel 1995.

Concludo in questo senso perché la Convenzione richiede non solo che gravi crimini internazionali   siano stati commessi, ma anche che sia dimostrata “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. Nonostante qualche roboante dichiarazione in tal senso di esponenti israeliani subito dopo la strage di Hamas, sono convinto che non sarà dimostrabile che tra le motivazioni delle operazioni militari israeliane vi fosse l’intenzione di sterminare i palestinesi di Gaza, tanto meno che ne fosse l’unico motivo (come la giurisprudenza richiede).  Del resto, nonostante due anni di guerra, Hamas, seppure debilitato, continua a comandare a Gaza City su centinaia di migliaia di palestinesi.

Sarebbe troppo lungo affrontare qui anche la dubbia legalità dell’attacco di USA e Israele all’Iran di questo anno. L’eccezione al divieto di uso della forza basata sulla legittima difesa ai sensi dell’art. 51 della Carta ONU non è invocabile perché si richiede, anche ad ammetterne un uso preventivo, che essa sia diretta a respingere un attacco armato imminente. Più calzante l’argomento secondo cui quest’ultimo scontro è solo il più recente episodio di una guerra che l’Iran ha iniziato contro Israele da tempo: dalle continue minacce del regime degli ayatollah di voler distruggere lo Stato ebraico per ragioni politiche-ideologiche-religiose, alla preparazione dell’arma atomica per realizzare questo disegno criminale, al sostegno a Hezbollah e Houthi – alleati di Teheran – ad Hamas a partire dall’attacco del 7 ottobre 2023, con gli israeliani costretti a correre continuamente ai rifugi per scampare ai lanci di missili. Al di là delle disquisizioni giuridiche, non resta che sperare che l’aspirazione di tutti i popoli alla pace prevalga sul desiderio di potenza di governanti guerrafondai col rilancio di un sistema, anche regionale, di sicurezza collettiva (come l’estensione degli Accordi di Abramo), che assicuri finalmente il diritto (e il dovere) di tutti gli Stati e popoli dell’area ai diritti fondamentali e alla convivenza pacifica.

Giorgio Sacerdoti

Autore