Donald Trump la definisce fase finale. In realtà, somiglia a una vera e propria ritirata. La guerra con l’Iran è stata gestita con i piedi dal presidente americano. Ora Washington sta negoziando una specie di “lettera di intenti” con Teheran per chiudere formalmente il conflitto e avviare “senza fretta” una tornata di colloqui sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Come ha scritto Robert Kagan su Atlantic, il significato politico dell’operazione è evidente: gli Stati Uniti stanno cercando un modo per uscire dalla crisi.

Le minacce di una ripresa delle ostilità militari si sono rivelate poco credibili. Dal canto suo, l’Iran si presenta al tavolo con le richieste di chi ritiene di avere il coltello dalla parte del manico: risarcimenti di guerra, nessun limite all’arricchimento dell’uranio, riconoscimento del controllo sullo Stretto e revoca delle sanzioni.

Trump probabilmente spera che l’opinione pubblica americana non colga fino in fondo la portata strategica di questa battuta d’arresto. Una sconfitta geopolitica della Casa Bianca non implica necessariamente un crollo immediato di Wall Street. Può tentare di spostare l’attenzione altrove, magari aprendo un nuovo fronte contro Cuba. E infatti parte dei media americani ha già iniziato a concentrarsi più sull’isola caraibica che sugli sviluppi della crisi iraniana. Uno scenario che che rischia di trasformarsi in un colpo durissimo per la sicurezza israeliana. L’Iran potrebbe uscire dal conflitto molto più forte e influente di prima. E disporre di strumenti di pressione -persino più efficaci rispetto al passato- su molte delle economie più ricche del mondo, tutte interessate a mantenere rapporti stabili con Teheran.

Se sarà così, difficilmente si schiereranno con Israele in eventuali tensioni future con l’Iran o con i suoi proxy in Libano e Gaza. Israele, insomma, rischia di ritrovarsi più isolato che in qualsiasi altro momento della sua esistenza, con il suo alleato storicamente più affidabile che abbandona al suo destino il governo di Gerusalemme. Benjamin Netanyahu potrebbe accettare questo nuovo equilibrio regionale? Un Iran più forte e più influente darebbe nuova linfa al terrorismo di Hamas e Hezbollah. E potrebbe segnare anche la fine degli Accordi di Abramo, perché le monarchie del Golfo sarebbero costrette a trovare un’intesa con Teheran per proteggere le proprie risorse energetiche. Trump è convinto che Netanyahu “farà quello che gli dirò”. Chi vivrà, vedrà. Ma è difficile immaginare che Israele resti passivo mentre l’Iran prende il posto degli Stati Uniti come principale arbitro degli equilibri mediorientali.

Poscritto fuori tema: da alcuni giorni Travaglio, Caracciolo, Orsini, Di Battista e Elena Basile paventano un possibile attacco dei paesi baltici contro la Russia (ispirato ovviamente dalla Nato). L’ipotesi -in sé ridicola- va considerata con attenzione, conoscendo la vicinanza di chi la formula con il Cremlino. Non è che Putin sta pensando a una seconda “operazione militare speciale”, giustificata dalla necessità di stroncare sul nascere le mire aggressive di Lituania, Estonia e Lettonia? Come per Putin Cuba, potrebbe essere un diversivo per uscire dal pantano ucraino.