Dopo settimane di chiacchiere sulla presunta metavalenza politica del referendum sulla giustizia, ieri hanno parlato le urne vere. Quelle dei sindaci, dei territori, delle comunità. E il messaggio uscito dalle amministrative appare molto diverso dalla narrazione costruita dal centrosinistra dopo il voto referendario. Non c’è alcun “vento nuovo” contro il governo. Semmai, emerge un consolidamento del centrodestra nei territori e, soprattutto, la crescita di un’area civica, moderata, riformista, pragmatica, che premia candidature radicate e amministratori percepiti come credibili. Dove invece resistono i vecchi apparati, le formule ideologiche consumate, i partiti più identitari, dal Pd alla Lega fino al Movimento 5 Stelle, il consenso appare più fragile.

Le parole di Giorgia Meloni

«Rivolgo i miei auguri di buon lavoro ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa. Avranno il compito di accompagnare le proprie comunità nei prossimi anni, affrontando sfide molto importanti. In bocca al lupo a tutti. P.S. E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Con questa battuta affidata ai social, Giorgia Meloni fotografa il clima che si respira nella maggioranza dopo i primi risultati. Una lettura confermata anche dal sondaggista Roberto Weber, che invita a ridimensionare le interpretazioni politiche del referendum. «Attendiamo il consolidarsi dei dati. Io immagino che il centrosinistra si aspettasse una rottura del consenso dell’attuale maggioranza, che non sembra concretizzarsi, quindi da domani potrebbe cambiare anche il tono della narrazione. Di certo, non c’è un effetto referendum in queste amministrative e i risultati della consultazione popolare sulla giustizia vanno riletti, perché non danno meccanicamente risultati politici». Weber aggiunge anche un elemento inatteso: «L’affluenza è andata bene. Mi aspettavo molto peggio».

Venezia, Martella sconfitto da Venturini

A Venezia il dato assume il valore di una sentenza politica nazionale. Per settimane il Partito democratico aveva raccontato Andrea Martella come il candidato destinato a riportare il centrosinistra alla guida della città. La presenza di Elly Schlein e Giuseppe Conte, la mobilitazione del campo largo, il racconto mediatico costruito attorno alla sfida lagunare avevano trasformato Venezia in una prova generale politica contro il governo Meloni. E invece le prime sezioni scrutinate raccontano altro: Simone Venturini, candidato del centrodestra, vola oltre il 61%, mentre Martella si ferma poco sopra il 31%. «Se Venezia detta il segno politico di queste elezioni, il centrodestra già dimostra una forza importante. Poi, un’eventuale vittoria al primo turno di Venturini sarebbe davvero un risultato molto buono per Meloni», osserva Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend e tra i più ascoltati sondaggisti italiani, spiegando come il dato sia particolarmente significativo proprio perché inatteso e perché «il centrosinistra ci puntava molto». Ma a Venezia emerge anche un altro elemento politico. Cresce il civismo, arretrano i partiti tradizionali. La lista civica collegata a Venturini sorprende tutti e diventa il primo simbolo cittadino con il 33,5% dei consensi, staccando il Pd di quasi dieci punti. Fratelli d’Italia si attesta al 13,3%, mentre a colpire è soprattutto il tracollo della Lega, ferma sotto il 5%. È il segnale di una trasformazione ormai evidente anche dentro il centrodestra: premiano i candidati amministrativi, i profili moderati, i territori, molto meno le vecchie appartenenze identitarie. Qui, infatti, di cambiamento del vento non c’è traccia. Semmai emerge un consolidamento del consenso della coalizione di governo, che riesce a mantenere radicamento locale e competitività anche nelle aree considerate contendibili. E questo spiega il nervosismo crescente dentro il centrosinistra.

Prevale la continuità

Pregliasco sottolinea che «sembra prevalere la continuità nella maggior parte dei Comuni capoluogo», pur con alcune eccezioni significative. A Pistoia, amministrata dal centrodestra, il centrosinistra appare avanti; a Reggio Calabria, storicamente orientata verso il centrosinistra, il centrodestra ottiene invece un risultato nettissimo. Nel resto delle città prevale sostanzialmente la conferma degli equilibri esistenti. Ed è proprio questo il dato politicamente più rilevante: il centrosinistra sperava in una svolta, ma le urne restituiscono piuttosto una stabilizzazione. Anche Enna racconta molto dello stato della sinistra italiana. Qui il Pd si è spaccato, tentando di isolare Vladimiro Crisafulli, storico dirigente democratico al quale il partito aveva negato perfino il simbolo ufficiale, nel tentativo evidente di indebolirne la candidatura. Il risultato è stato opposto: Crisafulli viene eletto sindaco al primo turno, sfiorando il 60%. «A Enna vince Vladimiro Crisafulli e perde il Pd di Anthony Barbagallo. Aspettiamo gli altri risultati ma è evidente che in Sicilia qualcosa andrà fatta», osserva Antonio Rubino, componente della direzione nazionale del Pd. Lo stesso Crisafulli rivendica polemicamente il risultato: «Il Pd non mi ha dato il simbolo? Bene, abbiamo preso più voti». Anche qui il segnale appare chiaro: dove prevalgono logiche territoriali, civiche e personali, il consenso resiste; dove invece il partito tenta imposizioni verticali o regolamenti di conti interni, gli elettori reagiscono diversamente.

Sul fronte del centrodestra prevale invece la prudenza. Maurizio Gasparri, responsabile nazionale Enti locali di Forza Italia, invita a non trasformare troppo rapidamente il voto amministrativo in una lettura esclusivamente nazionale. «Ogni elezione ha una storia a sé. Nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sottolinea soprattutto il lavoro fatto sui territori: «Abbiamo lavorato per mantenere compatto il centrodestra nella grande maggioranza dei casi. Dopo la vicenda referendaria la sinistra pensava a uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro». E aggiunge: «Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà. È importante lavorare con umiltà, mantenere unito il centrodestra e fare politica tra la gente e nei territori, senza inseguire i retroscena dei giornali, che spesso raccontano una realtà virtuale». Anche Giovanni Donzelli insiste sul radicamento territoriale del centrodestra. «Noi lavoriamo sempre serenamente pensando agli italiani e facciamo quello che dobbiamo fare. Quando vediamo che dai cittadini arriva la conferma che apprezzano il nostro lavoro, ovviamente siamo contenti. Però eravamo sereni anche prima di questo voto». Donzelli cita Venezia, Reggio Calabria ma anche Gallipoli, storica roccaforte della sinistra dalemiana, dove il centrodestra sarebbe nettamente avanti. «Dovunque, in modo diffuso, il centrodestra a queste amministrative è andato bene», osserva il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia.

Sulla stessa linea anche Stefania Craxi, presidente dei senatori azzurri. «Il primo turno delle amministrative restituisce un risultato positivo per il centrodestra, che conferma solidità, radicamento e capacità di rappresentanza, con Forza Italia che registra una buona performance grazie al lavoro dei candidati, degli amministratori e alla credibilità della proposta politica e amministrativa che in alcune realtà ha dimostrato di sapersi aprire con profitto anche al mondo del civismo locale». Craxi guarda già ai ballottaggi: «Ora si apre la fase decisiva, che richiederà impegno, unità e presenza costante sui territori. Ci sono sfide alla nostra portata e risultati che possiamo conquistare con determinazione e una mobilitazione capillare». Il dato politico, però, sembra già piuttosto evidente. Il centrosinistra aveva attribuito a queste amministrative una forte valenza nazionale, convinto che il referendum potesse rappresentare il primo passo di una nuova dinamica politica. Nelle ultime settimane, dentro il campo largo, si discuteva già di leadership, ministeri, equilibri futuri. Le urne raccontano una realtà diversa. Non c’è alcuna onda progressista. E soprattutto emerge un altro fenomeno: il successo di amministratori civici, moderati, riformisti, spesso più forti degli stessi partiti che li sostengono. È lì che si concentra oggi il consenso mobile dell’elettorato italiano. Non nei vecchi apparati.

Effetto Vannacci a Vigevano

Va poi tenuto conto anche dell’effetto-Vannacci. Alla sua prima prova amministrativa, a Vigevano, in provincia di Pavia, Futuro Nazionale ha sfiorato il 15%, dimostrando immediatamente quanto e come quella componente sia destinata a pesare negli equilibri del centrodestra. Un dato che non può essere liquidato come episodico, perché segnala la capacità di intercettare un consenso identitario ma anche territoriale, dentro un quadro politico ancora molto fluido. In questo contesto, il peso specifico dei centristi è destinato a fare la differenza. Ieri hanno privilegiato la politica dei più forni, muovendosi con pragmatismo e senza rigidità ideologiche. A Venezia avevano visto giusto, puntando su Venturini. Altrove hanno sostenuto candidati civici, amministratori indipendenti, figure moderate che hanno superato bene la loro prima prova elettorale. È un’area che cresce silenziosamente, lontano dalle tifoserie più rumorose, ma che ormai si sta consolidando voto dopo voto. Nessuno pensi, in uno scenario ancora pieno di incognite, di poter fare i conti senza quel 5-10% moderato, riformista e civico che oggi rappresenta il vero spazio contendibile della politica italiana. Ed è probabilmente lì, più che nelle vecchie appartenenze ideologiche, che si decideranno le prossime elezioni nazionali.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.