A Milano, in pieno centro, l’anno scorso a maggio, una merceria espone un cartello in ebraico: “Israeliani sionisti non sono benvenuti qui”. Non è un episodio marginale, né una provocazione isolata: è un messaggio esplicito di esclusione, rivolto a una categoria ben precisa di persone sulla base della loro identità. La vicenda suscita indignazione e porta a una denuncia presentata dal consigliere comunale Daniele Nahum. Sembrava un caso destinato ad aprire una riflessione seria sul confine tra libertà di espressione e discriminazione. E invece ora arriva la richiesta di archiviazione da parte della Procura.

Ed è qui che la vicenda prende una piega difficilmente comprensibile. Secondo quanto emerge, il Pubblico ministero riconosce che il reato (art. 604 bis C.P.) potrebbe anche configurarsi, ma sostiene che non vi sia prova certa che il cartello sia stato affisso dai titolari. Non solo: si arriva a ipotizzare che possa essere stato esposto da terzi a loro insaputa, anche perché – si legge – i titolari probabilmente non conoscono la lingua ebraica.

Ora, fermiamoci un attimo. Nel 2026, in un mondo in cui chiunque ha in tasca uno smartphone, l’idea che la conoscenza di una lingua sia condizione necessaria per scrivere una frase in quella lingua è semplicemente fuori dalla realtà. Esistono traduttori automatici gratuiti, immediati, integrati nei motori di ricerca. Basta digitare una frase in italiano e copiarne la traduzione in ebraico. Non serve conoscere l’alfabeto, non serve conoscere la grammatica, non serve nulla. È un’operazione alla portata di chiunque. Basare un ragionamento giuridico su questo presupposto – la non conoscenza della lingua come elemento a discarico – significa ignorare completamente il contesto tecnologico in cui viviamo.

Ma c’è di più, ed è forse l’aspetto più problematico. Come sottolinea lo stesso Nahum nel suo post su Facebook, vengono di fatto ignorate le dichiarazioni pubbliche dei titolari – riprese da tante testate – che avrebbero rivendicato l’esposizione del cartello, cercando poi di giustificarlo come presa di posizione politica. E qui nasce una contraddizione evidente: da un lato si ipotizza una fantomatica affissione da parte di terzi ignoti; dall’altro vi è ampia evidenza di ciò che gli indagati hanno dichiarato pubblicamente. È difficile non vedere, in questa ricostruzione, una forzatura logica. Se qualcuno rivendica pubblicamente un gesto, quel gesto non può contemporaneamente diventare, in sede giudiziaria, un fatto senza autore. Altrimenti si apre un precedente pericoloso: basterebbe introdurre un dubbio astratto per svuotare qualsiasi responsabilità.

È proprio Nahum a definire la vicenda “letteralmente pirandelliana”, evidenziando come la realtà venga messa da parte per fare spazio all’assurdo. E, al di là dell’efficacia della formula, il punto resta: qui non siamo di fronte a una complessità investigativa, ma a una motivazione che appare scollegata dal contesto concreto. Per questo, la sua reazione appare non solo comprensibile, ma inevitabile. Nel suo intervento annuncia che si opporrà alla richiesta di archiviazione, sottolineando come la lotta contro l’antisemitismo e ogni forma di discriminazione non possa tollerare “zone grigie o giustificazioni inverosimili”.

Ed è esattamente questo il nodo. Qui non si tratta di invocare processi mediatici o anticipare giudizi penali. Si tratta di pretendere che la realtà venga valutata per ciò che è, senza costruzioni teoriche che finiscono per svuotarla. Perché se iniziamo ad accettare che un cartello discriminatorio possa diventare “senza autore” nonostante rivendicazioni pubbliche, o che basti non conoscere una lingua per escludere la possibilità di aver scritto una frase in quella lingua, allora il problema non è più quel cartello. Il problema diventa il modo in cui scegliamo di guardare – o di non guardare – la realtà.