Un punto di partenza che vale più di qualsiasi consenso
Papa Leone vuol dire “fiducia”, la ricerca SWG sulla credibilità in crescita della Chiesa
Il Grande Inquisitore aveva ragione. O quasi. Fedor Dostoevskij – l’autore del romanzo – lo aveva costruito come una macchina infallibile di cinismo antropologico: gli uomini non vogliono la libertà, vogliono qualcuno che si fidi di loro prima ancora che loro si fidino di qualcuno.
I numeri del sondaggio SWG pubblicato in questi giorni sembrano dargli torto — e in modo, per una volta, inaspettatamente confortante: non una società che cerca chi la governi, ma una società stremata dall’eccesso di voci che ricomincia, cautamente, a cercare qualcuno di cui fidarsi. Il dato più significativo non è, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, la crescita degli italiani che si autodefiniscono cattolici: dal 48% del 2022 al 64% di oggi, una risalita costante che già precede l’elezione di Leone XIV e che dunque non può essere attribuita meccanicamente a un effetto post conclave.
Il dato più significativo è nascosto in fondo alla tabella delle emozioni: l’indifferenza verso la Chiesa crolla di dieci punti rispetto al 2023, una “risalita” che non significa necessariamente dieci punti di fede in più ma ci restituisce qualcosa di più preciso e, in un certo senso, più laico: che la Chiesa è tornata a essere un interlocutore che vale la pena ascoltare, anche per chi non condivide le premesse spirituali e teologiche, anche quindi per chi non ci crede. Va precisato che l’indifferenza, a differenza della critica o della delusione, non presuppone alcun rapporto ma è pura assenza, latitanza spesso. Quando perciò diminuisce nei confronti di un’istituzione, essa ha recuperato non il consenso ma la sua presenza, il suo peso specifico nel dibattito pubblico che è la precondizione di qualsiasi altra forma di influenza.
Papa Leone XIV sembra averlo capito, o incarnato per istinto: non ha cercato di rendere la Chiesa più simile al mondo, ma più riconoscibile come se stessa.
Il merito che gli viene attribuito con maggiore frequenza — il 53% degli intervistati — è la capacità di far sentire con chiarezza la voce della Chiesa, seguito dalla coerenza con il messaggio di Cristo (52%). Vengono dopo, e con distacco sensibile, la vicinanza alle persone, il peso internazionale, il carisma, e infine — con appena il 31%, ultimo della lista — la capacità di rinnovamento. Emerge così una gerarchia rivelatrice: in un’epoca in cui la parola pubblica è cronicamente sospettata di calcolo e l’ambiguità è diventata strategia comunicativa ordinaria, la chiarezza ha assunto il carattere di un bisogno quasi fisico. Non si domanda al Papa di innovare ma gli si chiede di tenere la barra dritta, di essere “roccia” come lo è Pietro. Di dire chi è e cosa pensa, senza la mediazione del tatticismo che ha logorato, negli anni, la credibilità di troppe voci pubbliche, in primis quelle della politica.
Questo spiega anche i due fenomeni che SWG identifica come fattori di consolidamento del consenso: l’impegno per la pace nei conflitti in corso e la risposta diretta alle posizioni di Trump. Nella percezione degli intervistati, entrambi non vengono letti come mosse politiche ma come atti di magistero — e la distinzione non è sottile. Il 41% riconosce il peso internazionale tra i meriti del pontificato: una percentuale che non si spiega con la simpatia per il personaggio, ma con la percezione che Leone XIV parli di pace perché lo radica nel Vangelo, fonte e culmine della sua missione, e non perché lo suggerisce l’agenda diplomatica. In un sistema mediatico in cui ogni gesto pubblico viene immediatamente ricondotto al suo calcolo sottostante, questa credibilità è una risorsa rara — e il fatto che venga riconosciuta trasversalmente, al di là delle appartenenze religiose e politiche, dice qualcosa sulla profondità del bisogno a cui risponde.
Le emozioni associate al Papa — speranza (39%), fiducia (35%), serenità (29%) — compongono una costellazione che dice molto non solo su Leone XIV, ma sul tipo di presenza che questo paese, in questo momento, sente di cercare. La serenità, in particolare, è quasi assente dal vocabolario della leadership italiana contemporanea, abituata all’agitazione come forma di esistenza pubblica. Che quasi un terzo degli italiani la colleghi a un Papa al primo anno di pontificato è un segnale che trascende il giudizio sul singolo: è la fotografia di un bisogno collettivo di qualcuno che non abbia paura del silenzio, che non debba alzare la voce per essere ascoltato.
È, in fondo, il Dostoevskij ribaltato che questi numeri ci consegnano: non la folla che cerca chi la governi, ma una società che ha smesso di essere indifferente e ha ricominciato a fidarsi. Per un’istituzione che parla di fede da duemila anni, non è poco. Per un Papa al suo primo anno, è un punto di partenza che vale più di qualsiasi consenso.
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