Marco Rubio porta a Roma un ramoscello d’ulivo. Ma non si sa per conto di chi. Sulla visita del Segretario di Stato Usa, in Vaticano dopodomani e a Palazzo Chigi venerdì, si stanno ponendo molte attese.
Si pensa – si spera? – che venga per ricucire i rapporti dopo gli svarioni di Trump e Vance su Papa Leone e Giorgia Meloni. Lecito chiedersi se i primi due siano davvero favorevoli a questa riconciliazione. Abituati ai gesti incondizionati, soprattutto del presidente Usa, è realistico immaginare che le schiarite nel cielo di Roma oggi vengano offuscate domani da altre polemiche. Chi ci assicura infatti che una qualche decisione presa a Washington non sia di nuovo respinta dal governo italiano, amico sì, ma fino a un certo punto? Qui da noi qualcosa è cambiato. È evidente. Giorgia Meloni non se la sente più di assecondare Donald Trump in qualunque sua decisione presa, o semplicemente annunciata.

Il suo commento, da Erevan ieri, sull’eventuale disimpegno Usa dal contesto Nato in Europa, va guardato in tal senso. «Non condivido», ha detto Meloni. «E comunque l’Italia ha mantenuto sempre tutti i suoi impegni». Mister Rubio sarà accolto con gli onori militari a Palazzo Chigi. Come si conviene al rappresentante di quell’alleanza transatlantica che nessuno può mettere in discussione. Quali sono le condizioni, però? L’Italia è in un’Europa che, certo, deve darsi una scrollata. Tuttavia, noi siamo fatti così. Gli States devo accettarci come tali. Come altrettanto ci stiamo sforzando noi europei nel comprendere questo nuovo ordine made in Usa. All’atto pratico, sul tavolo del summit ci saranno i dazi.

Le tariffe al 25% sulle auto europee esportate in Usa sono tornate oggetto di minacce e critiche da parte della Casa Bianca. Al Tycoon non piace la lentezza di Bruxelles. Il trilogo, Parlamento, Consiglio e Commissione, sta cercando di arrivare a un dunque sull’applicazione dell’intesa. L’Unione europea è fatta così. Lentamente decide. Trump, invece, annuncia. Salvo poi essere bloccato da Corte suprema, Congresso e via dicendo. Dalla sua, ha la carta che i dazi siano una ritorsione alla nostra mancata discesa in guerra contro l’Iran. Un avvertimento che fa venire i brividi a mercati e imprese.

La questione Santa Sede è più delicata. Gli incontri, con Parolin e a seguire il Papa, sono in agenda giovedì. In questo primo anno di pontificato di Leone XIV, la Chiesa ha sfoderato un nuovo vigore teologico. L’attenzione alla costruzione di ponti e dialogo si sposa con una ripresa della carica spirituale. Rubio deve scegliere se presentarsi dinnanzi al soglio di Pietro da cattolico penitente, oppure come “porte-parole” della prima potenza mondiale verso la quale il Papa ha indirizzato un inequivocabile messaggio di pace il giorno di Pasqua. Un ruolo non esclude l’altro. Tuttavia, nelle stanze vaticane chi bluffa viene scoperto subito. Portare una croce di cenere sulla fronte, come ha fatto appunto Rubio in quell’epocale intervento Tv di marzo 2025, non sarà sufficiente perché papa Prevost gli apra le braccia. Venezuela, Iran e magari anche Cuba. Gli Stati Uniti di Trump muovono guerre nel mondo.

Possono essere fatte contro regimi della peggiore specie. Possono ricusare qualsiasi legge dell’uomo. La Chiesa continuerà a rispondere: “Così non si fa”. Questo può non importare a Trump. Tanto più che è un evangelico. Lo stesso Vance, cattolico acquisito, potrebbe sottovalutare la contrarierà della Chiesa a tutto ciò che è Maga. Al contrario, Rubio non può permettersi di giocare col fuoco. L’indice di gradimento del presidente è al 37% tra gli elettori Usa in termini assoluti. Al 40% tra i cattolici. Tra chi potrebbe sostenere Rubio in una sua corsa alla Casa Bianca ci sono ancora molti fedeli su cui puntare. Il problema è che la distensione tra la Chiesa e il Segretario di Stato Usa non è detto che sia anche a nome del Comandante in capo.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).