Un accordo nelle prossime ore e nessuna proroga del cessate il fuoco. È questa la rotta disegnata da Donald Trump, che ieri ha dato una nuova accelerata al negoziato (sempre più complesso) con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha fretta di concludere. Secondo i media americani, l’obiettivo è arrivare a un’intesa oggi o al massimo domani. Una differenza di qualche ora che non va sottovalutata. La tregua scade ufficialmente domani sera, ora di Washington, ha detto The Donald, ed è “altamente improbabile una proroga se non si raggiungerà un accordo prima della sua scadenza”. E l’avvertimento di Trump è stato chiaro: se la tregua scade senza un’intesa, “allora inizieranno a cadere molte bombe”.

Vance atteso in Pakistan

La tensione è alta. Le divergenze restano. Lo Stretto di Hormuz rimane bollente e tutta la comunità internazionale è preoccupata dal doppio blocco. Ma l’amministrazione Usa vuole imprimere una svolta. Il vicepresidente JD Vance, salvo rivoluzioni dell’ultim’ora, è atteso già oggi in Pakistan per guidare la squadra negoziale. Secondo le fonti del New York Times, anche gli iraniani si sarebbero convinti della necessità di un secondo round di colloqui, e saranno presenti a Islamabad con il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, a fare da capo delegazione. Ed è proprio lui, secondo i media dell’opposizione, a spingere per una trattativa con gli Stati Uniti. Stando alle fonti di Iran International, infatti, Ghalibaf avrebbe pesantemente criticato coloro che all’interno del regime si oppongono al negoziato. Nel mirino del presidente del Parlamento ci sarebbero soprattutto Saeed Jalili, membro del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, e il parlamentare ultraconservatore Amirhossein Sabeti. Per Iran International, questi due influenti elementi della Repubblica islamica sarebbero diventati particolarmente ostili a Ghalibaf perché userebbero i media di regime per sabotare il negoziato con Washington. E sia lui che il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, sarebbero preoccupati da una possibile rimozione dai rispettivi ruoli per questa ondata critica spinta dalle frange più radicali del sistema iraniano.

I contatti

Proprio il capo della diplomazia iraniana, ieri, è stato di nuovo protagonista di diverse telefonate particolarmente importanti, in particolare quella con l’omologo pakistano, Muhammad Ishaq Dar, e con il russo Sergei Lavrov. Soprattutto nella telefonata con Dar, Araghchi ha sottolineato i forti dubbi in seno alla delegazione iraniana riguardo alle vere intenzioni di Trump. E questo è stato anche il succo dell’ultimo post del presidente Masoud Pezeshkian che, sul social X, si è scagliato contro i funzionari Usa. “Il rispetto degli impegni è la logica che giustifica qualsiasi tipo di dialogo” ha affermato Pezeshkian, “oltre alla profonda e storica diffidenza dell’Iran nei confronti del comportamento e dell’operato del governo statunitense, l’approccio non costruttivo e contraddittorio dei funzionari americani negli ultimi giorni lancia un messaggio amaro: cercano la resa dell’Iran. Il popolo iraniano non si piegherà alla coercizione”.

I punti chiave del negoziato

Ma più la diffidenza iraniana, a pesare sui colloqui è anche la distanza su alcuni punti-chiave del negoziato. “Non intendo affrettarmi nel fare un accordo cattivo. Abbiamo tutto il tempo di questo mondo” ha detto Trump, ribadendo che non intende cedere sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. “Gli iraniani vogliono disperatamente che sia aperto. Non lo apro fino a quando non è siglato un accordo” ha sottolineato il tycoon. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha invece smentito che vi sia mai stata una discussione sul trasferire in un altro Paese l’uranio arricchito. Trump, dal canto suo, ha ribadito che Teheran deve “sbarazzarsi dell’arma nucleare”. E proprio ieri, su questo punto, è tornato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo cui “l’Iran si è sollevato contro di noi per distruggerci con bombe atomiche, ma noi abbiamo agito e sventato il complotto omicida”. Secondo Bibi, però, “il lavoro non è ancora finito”.