TEL AVIV – L’Iran cerca di aprire canali di dialogo in Pakistan, ma nel frattempo si sta riorganizzando militarmente e il tempo rischia di giocare a favore del regime. Israele ha condiviso con gli Stati Uniti la questione dell’uranio arricchito iraniano come condizione preliminare per la fine delle operazioni militari. Il Mossad, tramite il suo capo David Barnea, fa sapere che l’impegno di Israele nei confronti dell’Iran rimarrà immutato fino al completo rovesciamento del regime degli ayatollah.

In questo contesto, tra le polemiche seguite alla dura presa di posizione del presidente Donald Trump contro il Papa e alla replica alla presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, accusata di scarso sostegno militare agli Usa, si sono svolti a Washington i primi colloqui senza precedenti tra l’ambasciatore israeliano e rappresentanti libanesi, con la mediazione del segretario di Stato Marco Rubio. Un incontro breve ma significativo dal punto di vista politico. Lo dimostra la contrarietà di Hezbollah, che ha bollato l’iniziativa come una resa e un tradimento del governo libanese. I colloqui, preliminari a un possibile trattato, si sono conclusi con la promessa di riprendere al più presto a livelli più alti. Il governo libanese ha chiarito che non intende più accettare il dominio delle milizie sciite sul proprio territorio. Gerusalemme ha sempre sostenuto la prospettiva di un accordo di pace con il Libano, storicamente condizionato dalla presenza di Hezbollah. Beirut chiede un cessate il fuoco nel sud del Libano e la fine dei bombardamenti su Beirut, assicurando che procederà al disarmo delle milizie sciite. Una richiesta che resta difficilmente conciliabile con la realtà sul terreno.

Si rafforza intanto la percezione di una sconfitta militare dell’asse sciita, che dovrà però tradursi in un risultato politico. Il conflitto sembra essersi incanalato in una direzione definita: l’Iran e i suoi proxy appaiono sotto pressione crescente, mentre Teheran potrebbe essere costretta ad accettare un’intesa più ampia, rinunciando alle ambizioni nucleari e al sostegno ai gruppi armati. Trump, pur mostrando segnali di apertura diplomatica anche per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica interna, continua a rafforzare la presenza militare americana nella regione, con l’invio di ulteriori 10.000 soldati e altre navi. Resta sullo sfondo l’ipotesi di un’escalation più ampia, mentre sembra produrre effetti la pressione marittima statunitense. Le Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno avvertito che il protrarsi del blocco potrebbe essere considerato una violazione del cessate il fuoco previsto per il 22 aprile.

Nel frattempo, Xi Jinping propone un piano di pace in quattro punti al presidente emiratino Mohamed bin Zayed Al Nahyan, puntando a un ruolo di mediazione. Si arriverà al cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah, previsto con la stessa scadenza temporale del 22 aprile? In Medio Oriente tutto resta sospeso.