GERUSALEMME –  Un’ora prima dell’ora X, cioè dell’ultimatum che avrebbe potuto mettere fine alle velleità politico‑militari iraniane, e forse aprire la strada a un cambio di regime, è invece scattato, in extremis, un cessate il fuoco di due settimane mediato dal Pakistan, sotto dettatura cinese, con l’obiettivo di negoziare un accordo più ampio. Di fatto, Donald Trump ha accettato il piano iraniano in dieci punti come base per i colloqui, definendolo una “base di lavoro”, dopo aver dichiarato poche ore prima che non fosse abbastanza buono.

L’Iran, nonostante le difficoltà militari, ha finito per dettare il ritmo negoziale, come se fosse il vincitore: è stata infatti l’America ad accettare una tregua e un negoziato su queste basi. Da questa decisione, chi esce politicamente indebolito è Israele. La sensazione diffusa è che le due settimane possano trasformarsi in mesi, forse anni, come già si intravede per Gaza, costringendo lo Stato ebraico a ripensare i propri sistemi di difesa, senza che nulla cambi davvero sul piano strategico.

Questo si riflette sull’umore dell’opinione pubblica israeliana, che aveva accettato quasi quaranta giorni di emergenza, tra rifugi e allarmi continui, nella convinzione che fosse arrivato il momento di chiudere i conti con un regime brutale e destabilizzante. Sull’obiettivo di ridurre drasticamente le capacità militari iraniane, in particolare quelle missilistiche, in Israele esiste una sostanziale unità di vedute. Fermarsi a un passo dal risultato, senza ottenere condizioni realmente favorevoli ma soltanto una promessa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, che resta comunque chiuso, ha lasciato disorientati analisti e opinione pubblica.

All’interno della coalizione guidata da Benjamin Netanyahu emergono divisioni e malumori per una esagerata dipendenza dalle decisioni americane. Israele ha combattuto duramente per difendere la propria integrità, salvo poi trovarsi costretto ad accettare una mediazione che ha accompagnato un passo indietro militare degli Stati Uniti. Israele ha inoltre intensificato i bombardamenti in Libano, con un attacco simultaneo senza precedenti contro le sedi di comando di Hezbollah, provocando centinaia di morti tra i quadri delle milizie. È stato colpito anche il quartier generale del segretario generale, Naim Qassem. L’impressione è che Israele voglia accelerare le operazioni per il timore di doversi fermare anche su questo fronte, dopo la tregua con l’Iran, anche se Trump ha rassicurato Israele in questo senso.

È ancora presto per trarre conclusioni definitive: il quadro resta in evoluzione, a partire proprio dal Libano, dove il conflitto continua mentre Hezbollah dava per scontato il proprio inserimento nella tregua. Resta però tangibile la delusione dell’opinione pubblica israeliana. La percezione è che questa pausa serva soprattutto all’Iran a comprare tempo, qualche anno per ricostruire capacità militari e industriali, prima di una nuova fase di confronto. Nel frattempo, Hamas, Hezbollah e le altre milizie filo‑iraniane continueranno a esercitare pressione su Israele proprio durante questa fase di ricostruzione. A caldo, si può avanzare anche una valutazione politica: questa battuta d’arresto per Benjamin Netanyahu potrebbe incidere sul suo futuro, a pochi mesi dalle elezioni politiche israeliane. Ma sei mesi, in Medio Oriente, restano un’eternità.