Esteri
Trump, sfiducia senza precedenti: solo un successo in Medio Oriente può salvarlo
Non riuscendo a rovesciare il regime iraniano tramite i soli attacchi alle infrastrutture militari, la decapitazione del comando politico e i sabotaggi sul territorio, gli Stati Uniti potrebbero distruggere le infrastrutture critiche del Paese per provocarne il collasso economico. Si tratterebbe di una mossa dalle conseguenze drammatiche per la popolazione civile locale, come per il risvolto che produrrebbe sulla sicurezza mediorientale. Eppure, lo scenario è da considerarsi possibile, non ascrivibile alla mera retorica minacciosa di Donald Trump.
La sua amministrazione affronta una crisi politica e di sfiducia senza precedenti: i sondaggi sul gradimento del Presidente si attestano intorno a percentuali progressivamente più basse (l’ultimo pubblicato segna appena il 36%) e quelli inerenti le elezioni di Midterm lasciano prevedere una disfatta elettorale per i Repubblicani alla Camera, con potenziale sconfitta anche al Senato. Nel quadro descritto, Trump necessita di un successo militare in Medio Oriente – da raggiungere in tempi rapidi – sperando si converta in guadagno elettorale in patria. Ad ora le operazioni dell’esercito americano hanno determinato la frammentazione del vertice politico e militare iraniano, non il rovesciamento del regime.
Le minacce di Trump di colpire infrastrutture critiche – centrali elettriche, strutture petrolifere, nodi logistici – sono reali e mirano a costringere la controparte ad assoggettarsi alla sua volontà e palesare ad ogni attore coinvolto nel conflitto, all’opinione pubblica americana e ai mercati globali disponibilità e preparazione a mettere in atto uno scenario estremo, pur di raggiungere l’obiettivo prefissato: la resa del regime. Se è vero che Trump ha mostrato di poter accettare che il nuovo corso dell’Iran post-bellico veda al comando non un leader democratico ed espressione della volontà popolare, bensì una figura appartenente al vecchio apparato di potere, vedrebbe la propria immagine e credibilità irreversibilmente danneggiata se al termine della guerra Teheran fosse ancora guidata da figure ostili agli Stati Uniti e minacciose per i loro interessi. Pertanto, la sua apertura all’ipotesi di trattare con il regime, oltre che una potenziale manovra d’inganno, non rappresenta un ridimensionamento operativo degli obiettivi della guerra, piuttosto lo sfruttamento della minaccia quale leva per aumentare la pressione sul nemico.
Tenendo conto sia quasi impossibile ipotizzare che in 2-3 settimane gli Usa possano azzerare le capacità militari dell’Iran, assumere il controllo del suo uranio arricchito o delle strutture petrolifere, la presidenza americana attraversa una fase di incertezza. Nella logica del presidente americano, la ridefinizione al ribasso di ambizioni e obiettivi, tanto personali quanto relativi agli interessi strategici e geopolitici americani, equivale ad un fallimento inaccettabile. Nello scenario di guerra attuale, l’unica opzione percorribile per danneggiare irrimediabilmente il nemico è tagliarne le fonti di sussistenza sociale ed economica. Queste sono le centrali elettriche e la capacità produttiva e d’esportazione di petrolio (senza eguali al mondo nel caso iraniano).
Distruggerle entrambe renderebbe l’Iran uno Stato incapace di sostenersi finanziariamente e garantire il minimo indispensabile alla propria popolazione. Uno scenario che le forze del regime indebolite difficilmente potrebbero fronteggiare con l’efficacia mostrata a gennaio, quando la repressione feroce dei Basij ha provocato decine di migliaia di morti civili. Nell’ambizione di Trump, lo scenario estremo rappresenterebbe la pur cinica soluzione per imporre alle fazioni al comando dell’Iran la resa o vederne il rovesciamento per mano di un popolo agguerrito ed oppresso. Un’eventualità che, dal punto di vista americano, eviterebbe la prospettiva di un conflitto di logoramento che si protragga senza una scadenza temporale definita. Un fatto politicamente ingiustificabile per un presidente che ha basato il suo programma (ed ottenuto il suo successo) elettorale sulla promessa di evitare le guerre “senza fine”.
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