La sicurezza non si baratta con slogan da pacifinti
Investire il 5% del Pil nella Difesa è una priorità per l’Italia: non perché ce lo chiede Trump, ma perché dobbiamo proteggerci
Qualcuno ancora oggi non ha compreso l’importanza concreta del riarmo. E non parliamo di chi dà sfogo agli strepiti nelle piazze pacifiste e autolesioniste, ma di chi in Parlamento, e persino nella maggioranza, ha pensato di poter ritoccare quell’impegno a investire in Difesa il 5% del nostro PIL. Un impegno assunto dalla stessa presidente del Consiglio che in calce a quell’accordo – siglato all’Aia – ha posto una firma che vincola il nostro Paese fino al 2035. Si tratta di una percentuale ampiamente spalmata e dunque sostenibile. Ma qui è evidente che la pressione elettorale sta facendo vacillare tanti che nella maggioranza non avrebbero mai osato ipotizzare una mossa azzardata. Perché il rischio non è stato solo quello di porre i gruppi parlamentari di maggioranza in una posizione diversa da quella della premier e del governo in vista del vertice Nato di Ankara previsto per il 7 luglio, ma di alimentare quello stereotipo dell’Italia che non mantiene i patti.
Sulla questione del 5% è stata alimentata una polemica a tinte surreali da parte delle opposizioni. Ma, del resto, l’ambiguità della sinistra sul piano militare – dovuta anche alla difficoltà di trovare una linea comune – è cosa nota. L’espressione tipica è questa: “Ce lo chiede l’America”. Chiaro riferimento alle minacce trumpiane rivolte agli alleati europei, rei di non investire il necessario nell’Alleanza atlantica, come se questo fosse un segnale di palese sudditanza all’impero a stelle e strisce e non una necessità primaria di noi italiani e di tutti i Paesi europei.
Forse in Parlamento servirebbe un oratore che, come Monsignor Colombo da Priverno, urli un: “Giovanotti, c’è la guerra!”. Riuscendo forse a risvegliare chi preferisce restare sopito nel suo torpore secolare, immaginando che basti rimanere inerti e dirsi pacifici per essere risparmiati dalla guerra. Sono tanti coloro che stentano a capire – al di là di frasi di comodo – che il tempo del “vogliamoci bene” (frutto degli equilibri di un tempo) è finito. La storia è tornata a bussare alle nostre porte e, come tutti i fenomeni naturali, non chiede permesso, ma irrompe in tutta la sua violenza.
Non dobbiamo investire in Difesa perché la richiesta ci giunge da Washington o da Bruxelles, ma perché dobbiamo proteggere noi stessi. Non è un’opportunità ma una necessità, così come l’adesione al meccanismo Safe, legittimamente sollecitato dal ministro Crosetto che ogni giorno ci rammenta l’urgenza di premere l’acceleratore sul riarmo. Se qualcuno pensa di poter arringare la folla di qualche sagra parlando di “pace”, lo faccia pure; se pensa di poter barattare la nostra difesa nazionale con un pugno di voti che il centrodestra non conquisterebbe comunque, lo faccia pure. Ma si rammentino che la firma è quella di Giorgia Meloni e che l’interesse a fare questo passo è di tutta l’Italia. Come scriveva Pierre-Joseph Proudhon, “qui l’oggetto del contendere è una tesi politica, il tribunale è l’opinione pubblica. La storia emetterà la sentenza”.
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