Le Ragioni di Israele
Piano di riarmo europeo, sciagura o nuova fioritura?
Il piano di riarmo europeo, concepito per servire da deterrente a eventuali mire espansionistiche russe, è in realtà visto da molti come il pericolo principale per garantire la pace nel Vecchio Continente. A destare maggiore preoccupazione sono l’entusiasmo e la sfrontatezza con cui la Germania si sta impegnando a investire mille miliardi di euro per rendere nuovamente la Bundeswehr l’esercito più forte d’Europa. Il pensiero va alla Conferenza di Potsdam del 1945, dove i leader delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, si incontrarono per decidere le sorti della Germania ma, soprattutto, per portare avanti un progetto di smilitarizzazione e denazificazione del territorio tedesco al fine di scongiurare guerre future. Vennero distrutti tutti gli impianti industriali in grado di produrre armamenti, e si decise di fissare un limite alla produzione dell’acciaio smantellando anche centinaia di impianti utilizzati per la sua lavorazione. A distanza di ottanta anni la situazione appare completamente capovolta.
La prima volta che si ipotizzò un riarmo tedesco fu nel 1950, quando le forze militari della Corea del Nord, supportate dall’Unione Sovietica, invasero la Corea del Sud. Quest’ultima fu aiutata a contrastare il nemico dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali. Già in quell’occasione si poté constatare che in caso di minaccia esterna la difesa militare europea sarebbe stata inconsistente. Cinque anni dopo, nel 1955, la Germania fu accolta nella Nato e, grazie soprattutto all’aiuto esterno degli Stati Uniti, tornò ad avere un suo esercito. Oggi però gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di uscire da quell’organizzazione di sicurezza internazionale della quale, durante gli anni della Guerra Fredda, furono i maggiori promotori e, il loro Presidente, Donald Trump, ha tenuto a sottolineare che, in caso di conflitto, l’Europa dovrà cavarsela da sola. Insomma, la novità per noi europei è che non abbiamo più fratelli maggiori su cui contare nel caso in cui a qualcuno venga in mente di aggredirci. Da Bruxelles hanno prontamente preso in mano la situazione tentando di trasformare il pericolo in opportunità. Viste le difficoltà economiche degli ultimi anni, proprio come fu fatto con gli aiuti derivanti dal piano Marshall, i soldi del piano Readiness Europe serviranno per ridare vigore all’industria pesante delle maggiori economie dell’Unione Europea.
Per noi cittadini il riarmo è già guerra, di conseguenza ne siamo terrorizzati, ma per industriali e speculatori finanziari il dietro front americano negli affari del Vecchio Continente è una manna dal cielo. La Rheinmetall, principale azienda tedesca produttrice di armi da fuoco, negli ultimi mesi ha visto crescere il suo titolo in borsa in maniera esponenziale. Chi nel 2024 ha acquistato le azioni di questa società, nel 2025 ha potuto rivenderle a cinque volte tanto. Molte altre aziende produttrici di acciaio e munizioni stanno vivendo un periodo di crescita che non si vedeva da decenni. In tempo di guerra tutto questo rientra nella normalità, ciò che preoccupa è che, come avvenuto in passato, si possa passare dalle minacce ai fatti. A gettare benzina sul fuoco le recenti parole del Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, che in una intervista su Der Spiegel ha affermato che i tempi del benessere sono finiti e il fatto che in Germania pare si stiano portando avanti delle campagne politiche per inserire nei programmi scolastici tematiche volte a educare i bambini alla guerra. Anche oltre Manica la situazione è la stessa se non addirittura peggiore: Richard Knighton, Capo di Stato Maggiore della Difesa del Regno Unito, ha chiesto ai suoi connazionali di essere pronti a mandare i propri figli al fronte.
La speranza è che queste “sparate”, come quella che vorrebbe Putin interessato a “prendersi tutta l’Europa”, siano studiate a tavolino per far crescere il terrore e quindi spingere al riarmo e di conseguenza a una crescita produttiva le nostre economie. Chi, in questo momento, vuole conservare un sano ottimismo è portato a credere che Putin, qualora fosse veramente intenzionato a invadere altri territori, non darebbe loro il tempo di riarmarsi, mentre chi invece è portato a pensar male reputa improbabile che nazioni come la Germania, una volta in possesso di un arsenale capace di fronteggiare la Russia, non vengano prese dall’irrefrenabile desiderio di testarlo. Bisogna però essere lungimiranti e considerare un dettaglio fondamentale che spesso viene trascurato, e cioè che è da Hiroshima e Nagasaki, nonostante di Foster Dulles ce ne siano stati e neanche pochi, che chi investe nella guerra sa bene che provocando una escalation nucleare non avrebbe poi la possibilità di godersi i proventi della propria cupidigia, ed è con questa consapevolezza che, ai vari cretini fosforescenti di dannunziana memoria succedutisi dal ’45 a oggi, è stato dato l’ordine di fermarsi un istante prima di varcare il punto di non ritorno.
È terribile dirlo ma per rimettere in moto l’economia di una nazione minacciare di fare la guerra è uno dei metodi più rapidi e sicuri. Lo sa bene anche al Russia che può sì permettersi di sacrificare migliaia di soldati, e sprecare una quantità importante missili e munizioni contro uno stato come l’Ucraina, ma difficilmente arriverà al punto di mettere uno contro l’altro i due emisferi terrestri, accettando di fare la fine di Sansone e riservando a tutti gli altri la parte dei Filistei. Intanto la Rheinmetall ha annunciato migliaia di nuove assunzioni e l’Eurozona prevede nel lungo termine una crescita del PIL doppia rispetto a quella ipotizzata prima dell’approvazione del piano di riarmo.
© Riproduzione riservata







