Quando il Partitone era contro l’Ue e la difesa comune
L’Europa non è nata come un progetto progressista: comprendere perché parte della sinistra fu inizialmente contro l’Unione è un passaggio necessario
Comprendere perché una parte della sinistra europea fu inizialmente contro l’Europa è un passaggio necessario per comprenderla oggi
Nel dibattito pubblico si tende a presentare il processo di integrazione europea come un percorso riconducibile alla tradizione progressista. L’Unione Europea viene descritta come il frutto di un grande progetto ideale, nato per superare i nazionalismi e garantire pace, diritti e cooperazione, successivamente rallentato da un eccesso di burocrazia e dai limiti dovuti all’ unanimismo necessario per ogni decisione – Questa narrazione regge solo se si accetta una lettura parziale della storia europea del secondo dopoguerra. A quasi settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma del 1957, è utile ricordare che la nascita della Comunità Economica Europea non vide affatto un consenso delle forze progressiste.
Al contrario, i principali partiti comunisti dell’Europa occidentale – dal Partito Comunista Italiano al Partito Comunista Francese – si collocarono fin dall’inizio su una posizione di netta opposizione al progetto d’integrazione – L’opposizione comunista affondava le sue radici in una critica all’Europa comunitaria, letta come un dispositivo economico e politico funzionale al capitalismo occidentale e all’egemonia statunitense – Questa critica si manifestò già nei primi anni Cinquanta, in occasione del progetto di Comunità Europea di Difesa (CED), che avrebbe dovuto dar vita a un sistema militare sovranazionale comprendente anche la Germania Ovest. Per i comunisti europei, la CED rappresentava il cavallo di Troia per la rinascita del militarismo tedesco.
In Italia, la posizione del PCI fu chiarissima. Nel 1952, Palmiro Togliatti denunciava l’idea di un’Europa federale come un “ciarpame vergognoso”, dietro il quale si celava la costituzione di un blocco al servizio dell’imperialismo americano. Questa linea trovò piena conferma nel 1957, quando la Camera dei Deputati fu chiamata a ratificare i Trattati di Roma. Il PCI votò contro; il PSI si astenne, mentre un arco amplissimo di forze politiche – dalla Democrazia Cristiana al Movimento Sociale Italiano – si espresse a favore. Un dato che oggi appare quasi paradossale, se pensiamo alle destre sovraniste che attraversano l’Europa, ma che restituisce con efficacia il quadro ideologico dell’epoca – Sulle pagine de l’Unità del 28 luglio 1957 si denunciava come la “libera circolazione dei capitali” avrebbe favorito i grandi monopoli industriali, consentendo di spostare investimenti dove il profitto era maggiore, a scapito delle economie più deboli.
In particolare, si temeva una penetrazione massiccia del capitale tedesco in Italia e, parallelamente, una fuga di capitali italiani verso mercati più redditizi. Il PCI non difendeva l’economia italiana in quanto “nazionale”, ma denunciava il ruolo attivo della grande impresa nel processo di integrazione europea. L’Europa del Mercato comune veniva presentata come uno spazio economico nato per rafforzare i grandi gruppi industriali e finanziari – Nel corso del dibattito parlamentare, Giancarlo Pajetta usò toni particolarmente duri: ”a cosa servirà questo strumento? Chi lo impugnerà? E contro chi verrà impugnato? “Il Mercato comune, nella visione del partito comunista, non era un terreno neutro, ma un’arma politica ed economica nelle mani delle classi dominanti. L’opposizione all’idea di un’Europa unificata non era una prerogativa italiana, si iscriveva in una tradizione teorica più ampia del movimento comunista internazionale. Già Lenin aveva liquidato l’ipotesi degli “Stati Uniti d’Europa” come “impossibile o reazionaria in un sistema capitalistico, ritenendo che solo il superamento del capitalismo avrebbe potuto rendere progressiva una reale unificazione continentale”.
Ma anche al di fuori dell’area comunista, molte forze di sinistra guardarono con sospetto al processo d’integrazione. I laburisti britannici e ampi settori della socialdemocrazia tedesca consideravano il Mercato comune un progetto sbilanciato sul liberismo economico e sull’atlantismo, privo di una dimensione sociale e democratica. Rileggere oggi queste posizioni aiuta a capire che l’Europa non è nata come un progetto progressista. Al contrario, è il risultato di un compromesso preciso, segnato dai rapporti di forza della Guerra fredda e da una visione dell’integrazione fortemente centrata sul mercato. Ignorare questa origine significa semplificare il presente e indebolire la capacità critica nei confronti dell’Unione Europea così com’è. Comprendere perché una parte della sinistra europea fu inizialmente contro l’Europa è un passaggio necessario per interrogarsi, oggi, su quale Europa sia davvero possibile e con quali obiettivi.
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