Economia
La guerra infuria, la finanza risponde. Segnali positivi dai mercati globali: il capitalismo assorbe la geopolitica
Niente panico. Anzi. Mercati e imprese sono da un lato purtroppo e dall’altro per fortuna abituati ai conflitti e alle turbolenze esterne. In questi giorni stanno dimostrando calma e sangue freddo rispetto al nuovo conflitto mediorientale, a due settimane dall’inizio della guerra all’Iran mossa da Israele e Stati Uniti. Lo dimostra l’andamento dell’Indice Vix (Volatility di S&P 500), che misura la volatilità, cioè il livello di timore degli investitori: questa settimana è rimasto piatto attorno quota 25.
Appena lo scorso aprile in zona rossa dazi USA era volato oltre 50 punti; nel 2008 con la crisi dei mutui subprime aveva sfiorato gli 80. La reazione dei mercati finanziari globali al nuovo conflitto si fa composta. La guerra con l’Iran ha provocato scosse iniziali – come sempre accade quando un conflitto minaccia l’energia mondiale – ma nel giro di pochi giorni, borse e grandi imprese hanno dimostrato una capacità di assorbimento psicologico che racconta molto del capitalismo contemporaneo. Il primo indicatore da osservare resta il petrolio. Dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Brent a inizio settimana quotava 116$ al barile. Ieri era stabilmente intorno ai 100$: altro segnale che gli operatori finanziari stanno scontando l’ipotesi di una crisi contenuta e uno shock energetico non strutturale.
La reazione delle borse è stata altrettanto indicativa. Dopo una prima ondata di volatilità e di corsa a beni rifugio quali l’oro, il dollaro e lo yen, il nuovo conflitto è stato identificato come rischio geopolitico prezzabile e non come evento sistemico. Di conseguenza gli indici globali hanno iniziato a recuperare lentamente. Da lunedì scorso alla chiusura di ieri, tutte le principali piazze europee (FTSE100 di Londra, DAX di Francoforte, CAC40 di Parigi e Ftse Mib di Milano) non hanno più perso terreno. In Asia il Nikkei 225 di Tokyo ha guadagnato oltre 3 punti, il Kospi di Seoul ben 6. I listini USA (Nasdaq, S&P 500 e Dow Jones) prima dell’apertura di ieri da inizio settimana hanno guadagnato tra il punto e i due punti e mezzo, sostenuti dai titoli tech e dalle aspettative di stabilizzazione energetica.
Ancora più positiva la reazione delle grandi compagnie energetiche. Nonostante il petrolio sia salito di oltre il 30% nelle fasi più acute della crisi, i titoli dei colossi dell’oil & gas – da Exxon a Shell a BP – sono rimasti praticamente fermi. Contribuisce in modo decisivo a questa tendenza la decisione IEA di liberare scorte di petrolio per circa 400 milioni di barili: una quantità senza precedenti, che raddoppia quella decisa con l’invasione russa dell’Ucraina. Il messaggio degli investitori è chiaro: il conflitto non sarà lungo ed è un evento geopolitico gestibile, non uno shock strutturale. D’altronde, negli ultimi 20 anni la finanza globale ha costruito sistemi di protezione sofisticati: coperture sui futures energetici, diversificazione geografica delle catene di fornitura, fondi multi-asset progettati proprio per assorbire shock geopolitici. Diversi gestori patrimoniali sottolineano che portafogli ben diversificati sono progettati per “navigare questi shock di mercato”, limitandone l’impatto sulla performance complessiva.
In altre parole, il capitalismo finanziario ha interiorizzato la geopolitica. Le guerre non sono più eventi totalmente esogeni: sono variabili di rischio modellizzate, integrate nei sistemi di trading algoritmico e nei modelli di scenario delle grandi banche d’investimento.
Questo non significa che i rischi siano spariti. La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz o il petrolio stabilmente sopra i 120 dollari al barile potrebbero riaccendere l’inflazione globale e mettere sotto pressione la crescita. Per ora, però, i mercati stanno raccontando un’altra storia. La guerra resta un fatto drammatico per le popolazioni coinvolte e per la diplomazia. Ma per la finanza globale è soltanto un rischio da prezzare.
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