Questa è l’aspettativa implicita che ritorna ciclicamente. Gli ebrei hanno vissuto per quasi due millenni in una “perenne apologia di esistenza” nella diaspora, dopo la distruzione del Secondo Tempio (70 d.C.). Minoranza dispersa in contesti ostili (romano, cristiano, islamico) hanno dovuto giustificare fedeltà, usanze e stessa presenza, tra accuse classiche (sangue!) e espulsioni. Dopo l’Olocausto ci fu una breve pausa: Norimberga, nascita di Israele (1948) e Guerra dei Sei Giorni crearono in Occidente un tabù sull’antisemitismo esplicito. Quel tabù si è eroso progressivamente dalla prima intifada, Oslo, esplodendo dopo il 7 ottobre 2023 e ancor più nel 2026. Oggi, di fronte alla guerra con l’Iran e al suo proxy libanese Hezbollah, lo schema si ripete in forma ignobile.

L’Iran, teocrazia che da quasi 50 anni minaccia l’Occidente (con ottimi risultati in termini di destabilizzazione), ha visto decapitare i suoi vertici nel conflitto iniziato a fine febbraio 2026. Ha accettato una pausa della guerra di due settimane con gli USA ma con il solito atteggiamento antisemita da cui non sa prescindere: pretende che il Libano facesse parte dell’accordo. Una teocrazia in crisi profonda sotto pressione militare, economica e interna, si preoccupa ossessivamente di un suo proxy in Libano per un solo motivo: l’odio viscerale per Israele.

Hezbollah, finanziato, armato e diretto da Teheran, ha riaperto il fronte libanese a marzo 2026 in “solidarietà” con l’Iran, lanciando razzi e droni. Israele, per difendersi, ha risposto con intensi raid aerei, inclusi i pesanti bombardamenti su Beirut e infrastrutture di Hezbollah. Iran e mediatori (come il Pakistan) insistono che il “cessate il fuoco” includa il Libano; Israele e USA chiariscono che non lo include. Teheran chiude lo Stretto di Hormuz in risposta e minaccia ritorsioni. Questo non sconvolge gran parte dell’opinione pubblica mondiale, perché gli ayatollah sanno di avere un copione già collaudato: lo stesso usato a Gaza con l’accusa di “genocidio”.

Israele viene dipinto come aggressore coloniale, razzista, assetato di sangue, mentre si minimizza il ruolo di Hezbollah come braccio armato di un regime che nega la Shoah, promette di cancellare Israele dalla carta geografica e finanzia jihad globale. Le accuse riecheggiano gli anni ’30: doppi standard ossessivi contro l’unico Stato ebraico, mentre si tace su Cina, Siria, Yemen o sul jihadismo esplicito di Teheran e dei suoi alleati. L’antisionismo funge da veicolo “rispettabile” per antichi pregiudizi, con alleanze paradossali tra islamisti e sinistra woke/post-coloniale che vede gli israeliani (molti di origine mizrahi fuggiti dai paesi arabi!) come “bianchi colonizzatori”. La storia non si ripete identica, ma rima. L’ebreo/Israele dovrebbe accettare passivamente i nemici che lo vogliono distruggere, altrimenti è colpevole. Dire questo non è odio: è constatare un pattern documentato. Ignorarlo è pericoloso.