Siamo più che mai, e prima di tutto, con lo Stato ebraico
La solidarietà a Israele non dipende da Ben-Gvir e dalle critiche sulla pena di morte per i terroristi palestinesi
Il dibattito aperto in questi giorni sulla legge che introduce in Israele la pena capitale per i terroristi palestinesi ha chiarito un punto fondamentale: si può criticare aspramente un pessimo provvedimento dello Stato ebraico pur restandone serenamente amici. Ieri ci è tornato su Ernesto Galli della Loggia, con solide argomentazioni di carattere storico. Noi avevamo criticato per primi, e con assoluta fermezza, quella legge, turbati, come tutti, dall’immagine del ministro Ben-Gvir che brindava felice alla sua approvazione. Lo avevamo fatto rifiutando l’atteggiamento puerile dei “puri e duri” che difendono Israele a prescindere, bollando qualunque critica come una nuova forma di antisemitismo. Criticare una legge o l’esultanza di un estremista non significa odiare gli ebrei o delegittimare Israele. Significa, al contrario, trattare lo Stato ebraico per ciò che è e deve rimanere: una società viva e vitale, dotata degli anticorpi necessari per correggersi ed evolvere.
Di Galli della Loggia non ci convince però un passaggio: l’idea che Israele possa vantare un diritto alla difesa da parte delle democrazie “solamente se resta sul terreno della democrazia”. Subordinare la solidarietà per la sopravvivenza di un popolo a un test di purezza democratica è un lusso intellettuale che chi è sotto le bombe non può permettersi. Per orecchie raffinate può apparire fastidioso il concetto, ma il diritto a non essere annientati precede le scelte, pur criticabili, di un governo pro tempore. E qui lo sguardo si allarga a quanto accade in queste ore nell’intero Medio Oriente, perché mettere sullo stesso piano una nazione che compie un passo falso sul fronte del diritto e il regime teocratico di Teheran che intende distruggerla significa perdere il contatto con la realtà. Così come è altrettanto falsa la narrazione pigra secondo cui Stati Uniti e Israele stanno combattendo la stessa identica guerra contro l’Iran, o che Washington sfida Teheran solo per “sostenere” Gerusalemme. Non è affatto così. Usa e Israele sono dalla stessa parte della barricata, ma giocano due partite profondamente diverse.
Da una parte c’è l’America. La strategia di Donald Trump naviga in bilico tra uscite comunicative discutibili e un pragmatismo in cui pesano gli assetti energetici globali. Per gli Usa, l’Iran è un nemico strategico e un fattore di instabilità regionale, ma la minaccia non è esistenziale: Teheran non ha né la forza né l’intenzione di cancellare gli Stati Uniti dalle mappe. Quella di Washington è, in sostanza, una partita geopolitica di contenimento, deterrenza e convenienza economica.
Dall’altra parte c’è Israele. E qui la posta in gioco cambia radicalmente: non è l’influenza su uno scacchiere, ma la sopravvivenza pura e semplice. L’Iran, attraverso la sua rete di proxy, persegue con determinazione feroce da quasi 50 anni un solo obiettivo: la distruzione fisica dello Stato ebraico. Non è l’America che combatte l’Iran per difendere Israele; è Israele che, ingaggiato in una battaglia esistenziale ineludibile, si appoggia inevitabilmente alla superpotenza americana.
In conclusione: esistono – come è ovvio – ragioni storiche e morali profonde che giustificano la difesa dello Stato ebraico, ma ancor di più esistono oggi ragioni politiche che rendono necessario il sostegno a Israele. E dunque ai suoi amici in Occidente va chiesto un deciso passo avanti; bisogna collocarsi all’altezza del crudo scontro politico e militare di cui Israele è un protagonista attivo, calato in una realtà dove si combatte nel fango per la vita. Da queste convinzioni scaturisce la nostra linea. Noi siamo senza alcuna ambiguità contro il regime degli ayatollah e siamo alleati degli Stati Uniti. Ma siamo più che mai, e prima di tutto, con Israele. Di fronte a chi difende il proprio diritto inalienabile alla vita, la solidarietà deve essere rocciosa, strutturale. E non può fermarsi davanti alle contraddizioni, per quanto disturbanti, delle sue scelte politiche.
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