L’incidente del 2 aprile alla base italiana di Unifil, che fortunatamente ha causato solo danni materiali e la cui dinamica resta da chiarire, è stato sufficiente per attivare un riflesso ormai automatico. Prima ancora che emergessero elementi verificati, sui social e in una parte dell’informazione si è subito affermata una narrazione implicita: la responsabilità, in qualche modo, doveva essere di Israele. Non un’ipotesi tra le altre, ma il punto di partenza. È un meccanismo che si ripete. Israele è diventato il parafulmine di ogni tensione regionale, il soggetto a cui attribuire per default responsabilità, intenzioni, colpe. Non serve dimostrare, basta suggerire. Ogni sua azione viene letta come aggressione, ogni reazione come sproporzionata, ogni scelta come parte di un disegno opaco. Il risultato è un rovesciamento sistematico: la complessità scompare e resta un colpevole unico, il colpevole perfetto.

Anche i fenomeni globali, come le tensioni sui mercati energetici, vengono talvolta ricondotti, direttamente o indirettamente, alle scelte israeliane. Se il prezzo dell’energia sale, se le rotte commerciali diventano instabili, il messaggio che passa è spesso lo stesso: in fondo, la causa è lì, è Israele. È una semplificazione che non solo ignora la realtà, ma la sostituisce con una narrazione preconfezionata. Eppure la realtà esiste ed è sotto gli occhi di chi voglia guardare. Israele si trova da decenni a fronteggiare una pressione costante costruita dalla Repubblica islamica dell’Iran, che ha sviluppato e sostiene una rete di milizie e proxy armati, dal Libano allo Yemen, passando per Gaza e l’Iraq. Una strategia che non è difensiva, ma offensiva, espansiva, criminale – se fosse operata da un Paese occidentale verrebbe etichettata come imperialista – e che utilizza l’instabilità come strumento. Il risultato: anni di missili, attentati, rivolte pilotate, un Libano trasformato in succursale iraniana, la ricerca dell’arma nucleare e, infine, il 7 ottobre.

Quando questa dinamica sfocia in una risposta israeliana e statunitense, l’Iran architetta un’escalation che coinvolge l’intera area. Attacchi alla navigazione commerciale, pressioni sullo Stretto di Hormuz, tentativi di colpire infrastrutture energetiche del Golfo o di trascinare nel conflitto Paesi estranei: tutto questo non è una reazione “simmetrica”, ma una scelta deliberata di allargare il campo e moltiplicare le conseguenze. Eppure, anche in questi casi, la responsabilità viene spesso ricondotta al solo Israele, come se ogni effetto fosse automaticamente imputabile alla sua esistenza o alle sue decisioni.

È qui che il parallelismo storico diventa inevitabile. Negli anni ’30, in Europa, gli ebrei venivano rappresentati come la causa di ogni crisi: economica, sociale, politica. Un elemento perturbatore, un corpo estraneo a cui attribuire responsabilità collettive. Oggi, in forme diverse e con linguaggi aggiornati, riaffiora un meccanismo simile: Israele come origine dei problemi, come fattore destabilizzante per definizione. Non è la stessa cosa, ma la logica del capro espiatorio è inquietantemente familiare. Bisogna ristabilire un principio elementare di razionalità: distinguere tra cause e conseguenze, tra chi innesca una dinamica e chi vi reagisce, tra responsabilità dirette e responsabilità attribuite per riflesso. Perché quando ogni evento viene ricondotto a un solo colpevole, il problema non è più solo l’ingiustizia, ma la perdita della capacità stessa di comprendere ciò che accade.

E forse è proprio questo il punto più critico. Una cultura che si richiama all’illuminismo e alla ragione dovrebbe diffidare delle spiegazioni semplici, non abbracciarle. Dovrebbe interrogarsi sui fatti, non piegarli. Altrimenti il rischio non è solo quello di sbagliare analisi, ma di costruire, pezzo dopo pezzo, una rappresentazione del mondo in cui il bersaglio è sempre lo stesso, e la realtà diventa secondaria.