Le analogie
Il filo invisibile tra Israele e Taiwan: le due fortezze della democrazia
Due società nate dall’emergenza storica, poi diventate potenze tecnologiche e strategiche
Gerusalemme e Taipei condividono lo stesso equilibrio tra prosperità e minaccia permanente
TAIPEI – Di solito si dice “trova le differenze”. Tra Taiwan e Israele, però, sono molte di più le analogie. Al punto che si potrebbe parlare di gemelli separati alla nascita. Entrambe piccole democrazie, nate sulle rovine della Seconda guerra mondiale – Israele nel 1948, l’anno dopo Taiwan – da popoli perseguitati o in fuga. Gli ebrei sopravvissuti alla Shoah, i nazionalisti cinesi sconfitti dalla Cina maoista. Due terre scarse di risorse e isolate in termini geografici. Taiwan e Israele hanno viaggiato in parallelo nella seconda metà del Novecento. I taiwanesi hanno fatto della propria popolazione un capitale umano su cui costruire un’economia avanzata e modello per tutto il Sud-Est asiatico. Gli israeliani hanno strappato terra al deserto per renderla fertile, abitabile e sede di un’industria di avanguardia.
Entrambe le nazioni sono protagoniste quasi assolute della transizione digitale oggi in corso. Israele viene spesso indicata come “start up country”. Di Taiwan si parla come della Silicon valley asiatica. Sia Taiwan sia Israele sono circondati da tirannie e dai loro proxy. Cina e Iran sono a prima vista ben più grandi di loro e alleate. Non solo, Taipei e Gerusalemme sono vittime di una storia di emarginazione internazionale. Paesi “paria” senza motivo, il cui modello istituzionale è stato spesso accostato a passati regimi – fascista per Taiwan – oppure gli sono stati attribuiti crimini commessi invece dai propri nemici. È il caso di Israele. Questo ha spinto le istituzioni nazionali a dotarsi di una dottrina di difesa di cui, proprio in questo periodo, se ne osservano le caratteristiche. E le differenze. La “strategia del porcospino” di Taiwan prevede che l’isola mantenga un aplomb di facciata che cela una capacità di reazione rapida e una prontezza all’emergenza da parte della società civile, qualora la Cina dovesse attaccare. L’Iron dome israeliano, al contrario, è stato applicato più volte, negli ultimi anni, in quanto il Paese è in aperto conflitto. Questo ha portato il governo Netanyahu a destinare il 7% del Pil alle spese per Difesa e sicurezza. Contro il 2,5% del suo omologo a Taipei, che comunque intende aumentare il budget. Ciò non toglie che anche Israele viva una quotidianità “di pace”. La si avverte nelle strade e nei trend della sua economia. Come appunto avviene a Taipei.
Non è un caso che i due governi e apparati di sicurezza si confrontino. L’utilità del dialogo è simmetrica. Per Taiwan, Israele è una “lesson learnt” da tenere sempre a mente. Eventualmente da aggiornare. Israele guarda alla controparte asiatica come fornitore di innovazione e tecnologia integrata, indispensabili per stare al passo con le evoluzioni dei conflitti in corso. Sia convenzionali sia asimmetrici. Droni, missili, cybersecurity e Intelligenza Artificiale di protezione dagli attacchi informatici costituiscono un apparato di sicurezza di fatto identico. In questa costante lotta alla sopravvivenza, il sostegno degli Stati Uniti è insostituibile. Come si è visto nelle ultime guerre in Medio Oriente e altrettanto nelle tensioni nell’Indo-pacifico. Per questo, l’annuncio del Pentagono della sospensione della fornitura di armi Usa a Taiwan merita una riflessione. Washington ha indicato la guerra in Iran come il fattore scatenante. D’altra parte, era proprio sulla commessa da 14 miliardi di dollari che Trump si era detto perplesso la scorsa settimana, dopo aver incontrato Xi Jinping. Il rischio è che gli Usa chiudano un conflitto con una soluzione poco favorevole a Israele e, al tempo stesso, lascino scoperta Taiwan.
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