L’Anm balla da sola. Lo fa da molto più tempo del film di Bertolucci che scoprì Liv Tyler come giovane protagonista, trent’anni fa. E – segno del destino – questa vocazione dell’Associazione nazionale dei magistrati a fare da sé, ballando senza partner, oggi si associa al nome del suo nuovo presidente, Giuseppe Tango. Il tango è ballo di coppia, ma l’Anm decide di decidere da sola: “Dobbiamo fare di tutto per contrastare le logiche correntizie. È giunto il momento di dire basta”. Le parole di Tango all’Assemblea di sabato scorso non sono lontane da uno degli obiettivi della riforma mancata della separazione delle carriere dei giudici; in particolare il tanto contestato criterio del sorteggio si proponeva di scardinare il correntismo della potente associazione dei magistrati.

Archiviato il referendum con un successo per certi versi inatteso, l’Anm sembra non voler stravincere, dopo aver vinto; e si propone una sorta di autoriforma. Purché sia fatta in casa; purché nessuno la suggerisca e tantomeno la imponga. Basta correnti? Sì, ma decidiamo noi, come e quando.
Il paradosso è che dal Governo sono giunti segnali di apprezzamento verso questa nuova stagione danzante dell’Anm. Vuol dire che la botta del referendum perso è stata forte. Non abbastanza forte per suggerire le dimissioni del Governo, ma persino più forte di quella che è stata la realtà delle cose. Già, perché nella realtà si è consumato “solo” un confronto di Palazzo – tra poteri l’un contro l’altro armati: l’Esecutivo e il Centro-Destra da una parte, i Magistrati e il Centro-Sinistra dall’altro – nei confronti del quale i cittadini sono stati chiamati come giudici occasionali, più a fare politica che a praticare riforme.

E invece da anni il Paese vorrebbe proprio le riforme, anche nella Giustizia, soprattutto nell’Amministrazione della Giustizia. Giudizi più rapidi; giudici meno strapotenti (e nemmeno strafottenti), chiamati a pagare quando sbagliano (mille volte all’anno condannano un innocente) e a non fare carriera sugli errori commessi; una revisione seria della carcerazione preventiva che tenga forte il valore della libertà personale; un’attenzione al dramma del sovraffollamento delle carceri; e magari una riforma liberale che sancisca l’abolizione dell’appello in caso di assoluzione, come veniva chiesto qualche anno fa dal Governo Berlusconi. Queste erano e sono le riforme della Giustizia che i cittadini italiani chiedono e aspettano da decenni. Invano.

Il presidente Tango all’assemblea dell’Anm ha affrontato anche il rapporto tra magistratura e opinione pubblica, soffermandosi sull’immagine che spesso viene restituita all’esterno. “Siamo dipinti come persone ispirate solo alla carriera, ma questa è una rappresentazione errata”, ha sostenuto, ricordando il lavoro quotidiano di molti magistrati che operano lontano dai riflettori. “Molti trascurano anche la propria vita pur di prestare un servizio”, ha aggiunto.

A prescindere da una lodevole difesa della parte, resta una crescente sfiducia dell’opinione pubblica verso i giudici. Non per accanimento, ma per somma di problemi irrisolti.
“Dobbiamo trovare il coraggio di cambiare le cose e mostrare una magistratura matura, che ha compreso i propri errori e nella quale i cittadini possano tornare a riporre fiducia” ha detto ancora Tango. Bene, quindi? Tra gli errori forse c’è una volontà insistita di volersi ritenere sciolti da qualunque regola terza, con un senso dell’autonomia che rasenta la volontà di autodeterminazione, priva di quel bilanciamento dei poteri che fa parte della democrazia, sia quando piace, sia quando non piace.

Ognuno dei tre poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – deve essere libero e indipendente, ma sempre giudicato dai cittadini. Il potere giudiziario, da troppo tempo in Italia si considera legittimamente privo di controlli. E questo resta il vero tema della riforma mancata. Forse è stato sbagliato partire dalla questione della separazione delle carriere, che probabilmente dai cittadini è stato avvertito come marginale, anche perché sovrastato dalla politica politicante: “Sono pro Pal, quindi contro il referendum”, Di Pietro avrebbe detto: “Che c’azzecca?”. Ma certo è che l’abiura sulle correnti dell’Anm, se resta un rituale interno, lascia all’Associazione tutto il potere di sempre. Quello di continuare a ballare da sola.