TEL AVIV

L’Europa, e non solo l’Europa, si preoccupa in modo quasi compulsivo del diritto internazionale che sarebbe stato violato dagli Stati Uniti e da Israele con la guerra scatenata contro l’Iran. L’apprensione cresce anche per una possibile riduzione della disponibilità di petrolio, con il conseguente aumento verticale dei prezzi del greggio, aumento che in realtà sta già avvenendo in questi giorni con un’altalena da capogiro. Una riflessione sorge immediata: il mondo discute se valga davvero la pena liberare un popolo se il prezzo da pagare è l’aumento del costo del petrolio.

Considerando la situazione internazionale, ieri si è riunito al Quirinale il Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con la partecipazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, del ministro della Difesa Guido Crosetto, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, del Capo di Stato Maggiore della Difesa e di altre autorità istituzionali.

Il Consiglio Supremo non ha potuto fare altro che prendere atto dell’ormai cronico indebolimento dell’Onu e delle istituzioni multilaterali. Un indebolimento che dipende anche dalla crescente percezione di parzialità dell’Onu e dal comportamento del suo segretario generale António Guterres, che poche settimane fa ha inviato un messaggio di congratulazioni alle autorità iraniane per il quarantasettesimo anniversario della Rivoluzione islamica del 1979. Per non parlare dell’opposizione italiana, ormai schierata e appiattita contro Donald Trump e contro lo Stato ebraico.

L’unica cosa che si sente ripetere da gran parte dei politici dell’opposizione è la violazione del diritto internazionale, come se il regime degli ayatollah non fosse una dittatura disumana che si pone al di fuori di quel diritto invocato a gran voce. Eppure, l’unico modo per salvare milioni di giovani iraniani, e non solo giovani, è far cadere il regime degli ayatollah e permettere alla popolazione iraniana di decidere liberamente il proprio futuro in una nuova primavera democratica. Meloni ha riconosciuto anche in Parlamento, in modo diretto, la pericolosità dell’Iran, dichiarando che Teheran non può avere armi nucleari ma neppure missili balistici, perché tra non molto potrebbero arrivare anche in Italia e nel cuore dell’Europa.

Al di là delle ovvie dichiarazioni sul rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che vieta all’Italia iniziative militari fuori da un contesto internazionale, il governo ha dichiarato di essere favorevole all’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio italiano da parte delle forze statunitensi, nel rispetto degli accordi internazionali vigenti. Nell’ambito delle numerose missioni militari italiane presenti nell’area, balza agli occhi l’approccio del governo nei confronti del contingente italiano di Unifil, presente in Libano dal 2006 come teorica forza di interposizione tra l’Idf ed Hezbollah, compito che non ha mai voluto o potuto compiere fino in fondo. Hezbollah non ha mai rispettato la risoluzione 1701 del 2006, che prevedeva il ritiro dei suoi guerriglieri a nord del fiume Litani, né tantomeno il cessate il fuoco del novembre 2024, con il quale si è tentato di far rispettare quella stessa risoluzione con il dispiegamento delle sue forze 30 chilometri più a nord. Il cessate il fuoco di un anno e mezzo fa è stato solo tattico da parte di Hezbollah, ed è servito a riarmarsi e a tornare a svolgere il ruolo di braccio armato dell’Iran.