Esteri
L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran non viola il diritto internazionale, la stabilità del regime si fonda sulla macellazione di innocenti
È possibile giudicare in modo critico l’intervento militare che Israele e gli Stati Uniti hanno mosso contro il regime iraniano. Si può sostenere legittimamente che si è trattato di una iniziativa politicamente inopportuna, non sufficientemente calcolata, irresponsabile. Tutto quel che si vuole. Altri potranno ritenere il contrario, e cioè che si sia trattato di un intervento necessario e giustificato, ma è appunto perfettamente legittimo sostenere che la teocrazia iraniana dovesse invece essere lasciata libera di massacrare i propri cittadini, di minacciare la distruzione degli Stati Uniti e di Israele e di finanziare e supportare attività terroristiche a Gaza, in Cisgiordania, in Iraq, in Libano, nello Yemen, in Sud America, negli Stati Uniti stessi e anche in Europa.
Ciò che invece non si può sostenere – come invece si sostiene a destra e a manca con allegra sicumera – è che l’intervento contro il regime iraniano sia per definizione illecito dal punto di vista del diritto internazionale. Perché non si può? Molto semplicemente, perché il riferimento al divieto di uso della forza nelle relazioni internazionali è del tutto improprio nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran, cioè uno Stato belligerante che minaccia di colpire, e colpisce, gli Stati Uniti e gli alleati.
L’intervento israelo-statunitense, dunque, pur criticabile da ogni altro punto di vista secondo il criterio di ciascuno, è del tutto legittimo dal punto di vista del diritto internazionale, perché si rivolge a neutralizzare una minaccia effettiva, consistente, persistente. La miglior prova in questo senso è data dalla reazione che quel regime ha opposto all’attacco. L’Iran ha bombardato, oltre che Israele, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita, l’Oman, l’Iraq, Cipro, senza peraltro limitarsi a colpire strutture militari ma infierendo su infrastrutture civili, porti, aeroporti, condomini residenziali, alberghi.
È la dimostrazione plateale del fatto che il regime della macellazione di 40mila innocenti in 48 ore non esita davanti a nulla e, appunto, non ha limiti nel dare attuazione ai propri programmi terroristici. Né, ovviamente, ha senso obiettare che l’Iran si è messo a prendere di mira tutti quei Paesi (estranei al conflitto) “dopo” essere stato attaccato. Questo “dopo” semplicemente non esiste se si discute del Paese – l’Iran – che nel 2024, per due volte, lancia sui civili israeliani centinaia di missili, razzi e droni e che, senza sosta, rifornisce di armi gli Houthi che colpiscono i navigli commerciali nel Mar Rosso.
L’inesausto riferimento al “diritto internazionale” serve a riempire gli argomenti esausti di chi avrebbe preferito che continuasse la pax iraniana sul Medio Oriente, una stabilità fondata su 600mila morti in Siria, su 350mila morti nello Yemen e sul disastro civile di un altro Paese, il Libano, divorato dalle milizie filo-iraniane mentre le Nazioni Unite – vere cultrici del diritto internazionale – assistevano spensierate.
© Riproduzione riservata







