L'intervista
Fabrizio Cicchitto: “La sinistra ha perso la sua componente riformista. Oggi rincorre il populismo del M5S e l’estremismo di Avs”
Fabrizio Cicchitto, storico dirigente socialista, già parlamentare e protagonista della stagione riformista italiana, ha scritto nelle dense pagine de L’Odissea Socialista, edito da Rubbettino, una storia unica. Quella delle origini, grandezze e tragedie del PSI. Cicchitto legge il presente con uno sguardo severo: una sinistra smarrita, un vuoto politico che coincide con l’assenza di una forza socialista organizzata.
Lei sostiene che l’assenza del Partito socialista abbia prodotto un vuoto politico drammatico. Perché?
«Perché il PSI, pur minoritario nella sinistra, è stato l’unico partito capace di fare riforme vere. È accaduto nell’età giolittiana, nel centrosinistra, durante la stagione craxiana. Eliminato il PSI, la sinistra ha perso la sua componente riformista e oggi rincorre il populismo del Movimento 5 Stelle e l’estremismo di Avs. Dall’altra parte, il centrodestra regge solo nella sua componente più moderata. Ma fenomeni come Salvini e Vannacci introducono elementi apertamente antioccidentali».

Lei lega questa crisi addirittura alla storia lunga del Novecento.
«Sì. La distruzione del PSI produsse due grandi squilibri storici. Negli anni Venti aprì la strada al fascismo. Negli anni Novanta, con Mani Pulite e il circuito mediatico-giudiziario, il terremoto della cancellazione della forza riformista italiana non fu, come vediamo oggi, senza conseguenze. Adesso abbiamo una sinistra incapace di governare i processi internazionali e un sistema politico privo di equilibrio».
Nel libro lei parla di Odissea. “Sempre verso Occidente navigò Ulisse”. Invece il PSI, nella sua storia, scivolò…
«Il PSI è stato vittima di aggressioni esterne ma anche di propri errori tragici. Nel 1921 subì la deriva massimalista. Nel dopoguerra Nenni e Morandi trascinarono il partito nel Fronte popolare filo-sovietico, alienando una parte enorme dell’elettorato socialista. Ci misero un po’ a sganciarsi dall’asse con Mosca».
Tuttavia le grandi riforme del secolo scorso si devono soprattutto dai socialisti?
«Assolutamente sì. Pensi a Giacomo Brodolini, Gino Giugni, Loris Fortuna, Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti. E naturalmente Bettino Craxi. È lui che nel congresso socialista di Palermo del 1981 rimette la parola “riformismo” al centro del dibattito politico italiano».
Eppure proprio contro Bettino Craxi si saldò un vasto fronte.
«Craxi, straordinario innovatore, venne considerato un pericolo sia dalla destra sia dalla sinistra berlingueriana. Dopo la fine del comunismo, quando si aprì la fase della grande trasformazione italiana, fu individuato come il bersaglio da abbattere. Il finanziamento irregolare riguardava tutto il sistema politico, ma il colpo venne concentrato sul PSI».
Tra i paradossi della storia socialista, anche Magistratura democratica.
«All’origine Magistratura democratica nacque in un contesto liberal-socialista. Poi tra il ’64 e il ’68 si spostò radicalmente verso il Pci e diventò una componente fondamentale del sistema delle correnti giudiziarie».
Poi si diedero da fare con Mani Pulite…
«Sì. Il Pci post-berlingueriano scelse la linea della distruzione del PSI e dei partiti tradizionali. Non prevedeva però la discesa in campo di Berlusconi. E infatti il risultato finale è stato un altro: la vittoria del centrodestra».
Fu, come dice qualcuno, un “colpo di Stato” strisciante?
«Fu una rivoluzione – o una reazione, se si vuole – di nuovo tipo. Non con i carri armati ma con avvisi di garanzia, giornali e processi mediatici. Craxi venne trasformato nella quintessenza della corruzione, mentre le sentenze dimostrano che il sistema delle tangenti coinvolgeva tutti i principali partiti. Incluso il Pds che ne uscì misteriosamente solo sfiorato».
La diaspora socialista fu inevitabile?
«Dopo il 1994 il PSI finì insieme a Bettino Craxi. Ci fu un ultimo tentativo, fatto da me e da Ottaviano Del Turco, di affidare a Marco Pannella la guida dell’area laica e socialista. Ma Pannella rifiutò. Preferì restare un battitore libero».
Quella stagione ha lasciato almeno una eredità culturale?
«Certamente. Il partito è stato distrutto, ma la cultura socialista resta viva. Attraversa molti schieramenti politici, fondazioni, elaborazioni culturali. Però manca una forza politica organizzata capace di rappresentarla».
Che cosa significa oggi essere riformisti?
«Essere europeisti e occidentali. Difendere l’Europa federale contro i sovranismi e contro la deriva puramente economicista di Trump. L’Occidente non è soltanto mercato: è anche valori, libertà, democrazia. Essere socialisti oggi significa essere convintamente europeisti e schierarsi con le democrazie e con i Paesi sovrani aggrediti. Per questo sto con l’Ucraina e con Israele».
Lei vede oggi forze politiche in grado di incarnare questa linea?
«Molto poche. Nel centrodestra esiste una componente ragionevole rappresentata da Meloni, Tajani, Crosetto. Ma non basta. A sinistra la componente riformista è ridotta ai minimi termini».
È sul piano internazionale che si traccia il solco, oggi.
«Perché lì stanno le radici della destabilizzazione mondiale. L’aggressione russa all’Ucraina e il massacro del 7 ottobre hanno cambiato tutto. Il riarmo oggi è una forma di difesa dell’Occidente democratico. Se si dimenticano l’aggressione russa all’Ucraina e il massacro del 7 ottobre, si dimentica l’origine stessa della crisi che ha destabilizzato il mondo: i riformisti oggi dovrebbero essere i primi a indicarlo».
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