Esteri
Nessun dialogo con gli antisemiti, smascheriamoli
Hamas e i suoi fiancheggiatori (compresi i «flottillomani») hanno vinto la guerra dei media già l’8 ottobre 2023. Una vittoria preparata da tempo, con il decisivo contributo di una parte della sinistra che, nelle università e nel mondo della cultura, ha seminato per anni idee anti-occidentali parassitarie, creando un terreno fertile per gli antisionisti e gli antisemiti di oggi. Tutti coloro contro cui lottiamo quando si tratta di difendere il diritto di Israele a esistere, li ritroviamo puntualmente schierati contro di noi proprio quando Israele, purtroppo, è costretto a combattere per continuare a esistere. E quando combatte (sempre in risposta e, fortunatamente, sempre vincendo), i nostri avversari antisionisti hanno sempre qualcosa da ridire come fossero tutti esperti militari, ma senza mai indicare vere alternative.
Abbiamo quindi due ordini di problemi che non si risolvono facilmente. Il primo è che, quando poniamo all’interlocutore la domanda «Israele ha diritto di esistere?», la risposta può essere tranquillamente «no». Per loro è uno Stato illegittimo, usurpatore, colonialista e via con tutte le altre «cazzate» che chiudono ogni dialogo. Ancora peggio quando tirano in ballo la «Nakba» e il «diritto al ritorno» di chi, grazie all’UNRWA, è ancora considerato rifugiato a vita, titolo ereditato di padre in figlio e ormai di nonno in pronipote: milioni di persone pronte, in teoria, a «tornare» e a sommergere Israele.
Il secondo problema è l’immagine che questi interlocutori si sono costruiti di Israele: uno Stato fascista, praticante l’apartheid, che spara sui bambini palestinesi con mira precisa, che addestra cani per violentare i prigionieri e via elencando. Di fronte a un simile ritratto, come si può convincere qualcuno che quello Stato (assimilato al Terzo Reich) debba esistere?
Per questo, non basta più mettere sul tavolo il diritto all’esistenza di Israele, perché in certi ambienti anche quel diritto viene messo in discussione senza pudore. Occorre alzare la voce e combattere con maggiore forza per smascherare l’ipocrisia di chi è, in realtà, antisemita. È tutto lì. Loro non vogliono sentirselo dire? Ebbene, noi lo urleremo ancora più forte. Perché concentrarsi solo su Ben Gvir (per cui l’Ue ha accolto la richiesta di Tajani di prevedere sanzioni) e tacere sulla famiglia Bibas (due bambini uccisi a mani nude e riportati con un corteo festeggiante) è antisemita. Perché condividere le foto false del New York Times senza poi scusarsi e tacere sul corpo di una ragazza issato come trofeo su un pick-up, sbeffeggiato e letteralmente oltraggiato da una folla di «civili» (ragazzi, giovani, donne), è antisemita. Dobbiamo quindi procedere su un doppio binario. Con i «meno peggio» continuiamo a ragionare sul diritto di Israele a esistere. Con chi nega quel diritto alla radice, invece, non c’è dialogo possibile: si urla forte e chiaro «sei un antisemita!». Solo così potremo davvero passare alla controffensiva.
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