Le Ragioni di Israele
Il blocco navale di Israele? È legale, altro che pirateria
Il diritto che regola l’utilizzo delle acque internazionali, quelle che Israele violerebbe sistematicamente intercettando le flotte pro-Pal, pare ancora poco interpellato, a giudicare dal dibattito ancora estremamente vivace sull’argomento, ma purtroppo sempre molto superficiale. Sarebbe ora quindi di fare chiarezza, per evitare che il sentire pubblico si cementi definitivamente in assunti poco fondati se non ingannevoli, come quelli che contraddistinguono la narrativa corrente. I fatti. Lo scorso aprile la Marina israeliana intercetta al largo delle coste di Creta la Global Sumud Flotilla, abborda 21 imbarcazioni fermando alcune decine di attivisti di diverse nazionalità. L’azione viene motivata dal governo di Tel Aviv come necessaria a impedire che il blocco navale al largo delle coste di Gaza venisse violato, perché tale era l’intenzione manifestamente dichiarata dalla Flotilla. E così, puntualmente, prende avvio la deplorazione corale della violazione del diritto internazionale da parte del governo israeliano senza che, ancora una volta, prenda corpo un contraddittorio degno di questo nome.
Di fatto, un’analisi dei comportamenti di Tel Aviv alla luce del diritto del mare non è stata mai neppure tentata, altrimenti altre e di segno diverso sarebbero state le considerazioni. Peraltro la ricerca del bandolo della matassa sarebbe stata agevole, visto che proprio le Nazioni Unite, per dovere di istituto obbligate all’ortodossia in materia di diritto internazionale, avevano stabilito con il Rapporto Palmer, non più di pochi anni fa, che il blocco navale della Striscia di Gaza operato da Israele è legale. E che tale blocco trova giustificazione nella necessità di Tel Aviv di tutelare la propria sicurezza ostacolando l’ingresso via mare di armi, materiali bellici e supporto logistico per Hamas. Se poi sussiste uno stato di “conflitto armato” – e quello tra Israele e Hamas lo è – perde rilievo il concetto di acque internazionali; fermare, ispezionare o dirottare imbarcazioni intenzionate a forzare il blocco sono tutte azioni consentite: non si prefigura una violazione del diritto e tantomeno l’ipotesi di pirateria, un totale nonsenso trattandosi di interventi di una Marina militare. Certo, tali comportamenti sono tenuti a rispettare alcune regole, quali il trattamento umano dei fermati, la loro sicurezza, le cure e l’alimentazione. Se smagliature vi sono state, pertanto, queste hanno riguardato l’eccessiva distanza a cui le unità della Global Flotilla sono state intercettate, forse la ruvidità delle interazioni o il danneggiamento irreparabile di alcuni natanti e poco altro.
Chi voglia ulteriormente approfondire, può consultare il Rapporto Palmer pubblicato dalle Nazioni Unite nel settembre 2011, il documento di Sanremo del 1994 (Manual on international law applicable to armed conflicts at sea) che regola i conflitti in mare, e UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea), il trattato internazionale sul diritto del mare delle Nazioni Unite. Tutto questo senza la necessità di scomodare Hamas, ossia senza ripetere – purtroppo a sordi seriali – che dietro la Flotilla c’è Hamas, che quindi la finalità delle crociere che si susseguono verso la Striscia è pura provocazione, intesa a isolare Israele e ad accreditarne l’immagine di trasgressore del diritto. Ma, almeno nel mare, non è così.
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