Partiamo dalla notizia: i nuovi capigruppo di Forza Italia hanno chiesto formalmente un vertice di maggioranza per rimettere la giustizia al centro dell’agenda politica. È una mossa importante, che può riaprire una partita fondamentale. Noi del Riformista l’abbiamo detto un attimo dopo l’esito negativo del referendum: bisogna continuare a battersi ostinatamente e in ogni forma per conquistare un sistema giudiziario equo e garantista, precondizione per la tenuta democratica e civile del Paese, ma anche per il suo sviluppo.

Questo nesso cruciale è stato oscurato da una pessima campagna elettorale, stritolata tra tecnicismi e invettive ideologiche. Va assolutamente ripreso, perché una giustizia giusta non riguarda solo codici e procedure, ma parla dell’ossatura stessa del patto con i cittadini e del modello di futuro per l’Italia: tasse, sicurezza, crescita. Insomma gli annosi nervi scoperti del sistema su cui è all’opera da ormai quattro anni il governo Meloni. Esecutivo che ha cercato di tenere la barra dritta sulla collocazione atlantica ed europea dell’Italia in una congiuntura internazionale inedita e drammatica, ma che sul fronte interno, sulle riforme strutturali, sull’economia e sulla sicurezza quotidiana, avrebbe dovuto fare decisamente di più.

Ecco perché il fatto che una forza di maggioranza chieda di rilanciare il tema della giustizia è una notizia politica significativa. È chiaro che, sotto l’evidente input di Marina Berlusconi, c’è il tentativo di riprendere in mano il filo rosso delle grandi aspirazioni che furono all’origine della nascita di Forza Italia e delle sue promesse radicalmente liberali: la rivoluzione contro lo statalismo asfissiante, la liberazione delle energie produttive, la fine dell’oppressione burocratica e fiscale. Promesse rimaste incompiute, incagliate nelle infinite transizioni italiane. Oggi, per uscire da questa palude che dura da 35 anni, il recupero di quello spirito originario può servire a tutti, non solo a un partito o a una coalizione. Anche se sappiamo che ogni necessario e auspicabile riposizionamento strategico si scontra con due macigni enormi, che rischiano di schiacciare qualunque spinta innovativa.

Il primo macigno è di natura squisitamente istituzionale e sistemica: una legge elettorale che agisce come una camicia di forza sul corpo politico del Paese. L’attuale sistema favorisce e incentiva in modo patologico uno scontro belluino tra due campi contrapposti. È un bipolarismo muscolare, basato sulla delegittimazione dell’avversario, che non consente l’emersione di proposte alternative, razionali e pragmatiche. Chiunque provi a costruire uno spazio di ragionamento liberale o riformista finisce stritolato in questa morsa. Le difficoltà strutturali in cui si dibattono le iniziative politiche di Calenda, di Marattin e in generale di tutto l’arcipelago centrista, sono la conseguenza diretta di una meccanica elettorale che premia la polarizzazione estrema, l’urlo sguaiato, e punisce inesorabilmente ogni ragionevole articolazione dell’agire politico.

Il secondo macigno, ancora più insidioso, è tutto interno. Riguarda Forza Italia, ma è una patologia che affligge tutti i partiti italiani: le dinamiche degli assetti di potere prevalgono su ogni altra istanza. L’istinto di autoconservazione degli apparati, la difesa strenua delle piccole rendite di posizione interne e le logiche di fazione soffocano sul nascere qualsiasi ipotesi di rinnovamento reale, e distraggono dalle vere esigenze di un mondo che cambia velocemente. E così, nuove politiche e nuove leadership faticano drammaticamente a emergere. Mentre, per proporre visioni di rottura e affrontare le sfide dell’innovazione, ci vorrebbe un’immissione massiccia di forze nuove e giovani nella politica, capaci di leggere il mondo per come è diventato.

La partita si gioca interamente qui. Ripartire dalla giustizia – come dall’impresa, dai diritti – è essenziale, ma non basta. Se Forza Italia si limita a sventolare bandiere di principio senza ingaggiare una battaglia vera per cambiare la legge elettorale e senza rottamare anche le proprie rendite di posizione, il sussulto di queste ore si ridurrà ad un flatus vocis. L’alternativa è brutale ma chiara: o si ha il coraggio di spaccare il finto bipolarismo e aprire le porte a una nuova generazione, o si muore asfissiati nello status quo. E la rinascita liberale resterà l’ennesima illusione perduta.