The week after
Referendum, il governo ha perso l’aura della stabilità politica ma l’opposizione è sempre un cantiere aperto
Sul tavolo della presidente del Consiglio si sono accumulate tre vere e proprie patate bollenti: Bartolozzi, Delmastro e Santanchè
The week after. La maggioranza di governo ha perso l’aura della stabilità politica. Il giorno dopo la sconfitta nel referendum sulla riforma della magistratura, il risveglio per Giorgia Meloni non è stato quello dei giorni precedenti al 22 e 23 marzo. È stato un risveglio amaro. La vittoria, considerata quasi scontata, si è trasformata in una sconfitta sonora che oggi la colloca in mezzo al guado, con le elezioni politiche del 2027 già all’orizzonte. Non è tutto. Sul tavolo della presidente del Consiglio si sono accumulate tre vere e proprie patate bollenti.
Il caso Bartolozzi, per le presunte informazioni non veritiere fornite ai pm sul generale libico Almasri — figura già nota a livello internazionale e destinataria di mandati di cattura — che lasciò l’Italia da “ospite indesiderato”. Le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, mentre la Commissione Antimafia continua ad approfondire presunti rapporti opachi attorno alla società “Le 5 Forchette”, di cui fu, per un periodo, partner. E, infine, le dimissioni della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, accusata di truffa ai danni dello Stato e quant’altro. A completare il quadro, il caso sollevato dalla giornalista Claudia Conte, che ha rivelato a un collega una relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Basta e avanza per incrinare una narrazione costruita sulla compattezza e sulla diversità. Giorgia Meloni aveva edificato la propria leadership sull’idea di invincibilità, favorita anche da un’opposizione incapace di trovare una linea politica credibile. A tutt’oggi è ancora alle prese con primarie, federatori e perfino con l’idea di un “Papa straniero”: un candidato alla presidenza del Consiglio italo- italiano. Ma il voto referendario, letto città per città e regione per regione, restituisce una realtà più complessa: la riemersione della questione meridionale e il distacco crescente delle nuove generazioni.
Il Sud, storicamente serbatoio elettorale della destra missina e post-missina, non premia Fratelli d’Italia come atteso. Pesa la debolezza del ceto politico locale, in particolare in Campania e Puglia, ma il dato negativo attraversa l’intero Mezzogiorno. In Sicilia, peraltro governata dal centrodestra, il risultato del Sì è stato un flop netto. Eppure, nonostante la vittoria del No — sostenuta con forza dall’opposizione — Meloni resta, secondo i sondaggi, tra i leader più apprezzati e la coalizione di centrodestra mantiene una sua maggioranza di consenso. Il lungo silenzio della presidente del Consiglio può essere letto in due modi: come preparazione di una “seconda fase” di governo, incentrata sul programma e sulla legge di Bilancio 2027, oppure come anticamera di un possibile colpo di teatro — elezioni anticipate.
Il passaggio parlamentare del 9 aprile, quando Meloni dovrà informare sullo stato dei conflitti internazionali, potrebbe offrire qualche indizio su ciò che realmente bolle in pentola. L’aura di successo a dispetto dei santi si è infranta e i nodi da sciogliere sono molti, così come le questioni rimaste sospese. Ma dall’altra parte non c’è ancora un’alternativa: solo divisioni, ambiguità sulla politica internazionale e una leadership che non c’è. E finché l’opposizione resterà un cantiere aperto, Meloni continuerà a giocare la partita — non più da una posizione di forza, ma dentro un lento e progressivo declino rispetto ai furori del passato.
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