Un anno di pontificato intenso, il primo di Papa Leone XIV, il cui anniversario ricorre oggi. La forza degli eventi globali e i tornanti della storia — umana ed ecclesiale insieme — hanno forgiato la tempra del capo del cattolicesimo e segnato in profondità questo “tirocinio” petrino di Robert Francis Prevost, primo pontefice americano nella storia della Chiesa, eletto dal Conclave seguito alla morte di Papa Francesco.

Ha destato in me una reazione positiva l’onestà intellettuale di Michele Serra che, ospite di Piazzapulita, ha candidamente fatto autocritica su Leone XIV: un certo circuito mediatico lo aveva stoltamente etichettato come figura bonaria e ondivaga, poco incisiva, flemmatica. Il tutto letto — errore capitale — attraverso la lente deformante del paragone con il predecessore. Nello stile di un mainstream che confonde la semplificazione con la banalizzazione, era passata l’idea che Prevost non è Bergoglio, così come Ratzinger non era Wojtyla e Montini non era Roncalli. Tutta fuffa, quando si parla di cose serie come il ministero del Vescovo di Roma e il suo ruolo cruciale nelle relazioni e nelle interdipendenze internazionali.

Un errore pagato con l’imbarazzo (dei media) di queste settimane, quando ci si è accorti che per Leone XIV il Vangelo era ed è una cosa seria e vitale per l’umanità del nostro tempo: quando sono a repentaglio i diritti degli ultimi e degli oppressi, quando i teologi della prosperità — organici alle élite tecno-affariste — minano le fondamenta delle nazioni cestinando il diritto internazionale e la pacifica convivenza dei popoli, il pontefice ha tenuto la barra dritta del messaggio evangelico. Il suo no deciso alla guerra, alle minacce di cancellazione delle civiltà attraverso le armi atomiche, si è collocato sulla linea mai deflessa dei pontefici che lo hanno preceduto. Aveva ragione Simone Weil, nel saggio sull’Iliade scritto sotto l’occupazione nazista, quando osservava che la forza — intesa come pura volontà di dominio — possiede il potere duplice di trasformare in cosa tanto chi la subisce quanto chi la esercita: pietrifica le anime da entrambe le parti, annulla l’umano in chi uccide non meno che in chi muore.

È esattamente questa pietrificazione che Leone XIV ha nominato senza perifrasi, rivolgendosi ai «governanti delle nazioni»: «Fermatevi. Sedete ai tavoli del dialogo, non a quelli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte». Se mettiamo insieme il saluto pronunciato dalla loggia vaticana un anno fa — «la pace sia con tutti voi» — e il motto agostiniano In Illo uno unum, abbiamo la chiave di lettura per le inquietudini del tempo presente, nel quale si tenta di esportare l’inimicizia e il diritto del più forte al posto della forza del diritto. Nel mezzo del fumo nero e mortale delle bombe che cadono e mietono vittime, la fumata bianca di un anno fa diventa la metafora di un annuncio di pace e di negoziazione, anche a costo di qualche sacrificio — soprattutto della politica e di certi portatori di interessi.

Leone XIV è stato cristallino e risoluto (la parrresìa ) sul punto, parlando di pace disarmante e disarmata, diventando così una voce morale e un punto di riferimento per le nazioni — in supplenza, spiace dirlo, di un’ONU in stallo per i veti incrociati nel Consiglio di sicurezza e per l’afasia di troppi suoi membri. Altro che debolezza in politica estera.

Concordo con chi scrive che il pontefice sia stato in qualche modo “costretto” alla risolutezza di questo periodo; ma nessuno poteva prevedere l’escalation di queste settimane di crisi, su più fronti simultaneamente. E nessuno poteva immaginare la durezza scomposta — rivelatasi alla fine autolesionista — della Casa Bianca nei confronti del suo americano più illustre, ovvero il Papa. Quella sclerosi si è rivelata un boomerang le cui conseguenze avranno modo di maturare; ciò che è già emerso, intanto, è l’urgenza del mondo di avere leader all’altezza della storia che si consuma davanti a noi. L’odio disseminato nelle opinioni pubbliche e nelle reti sociali è l’effetto di una causa precisa: la crisi di senso. «Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene e i tempi saranno buoni.

Noi siamo i tempi, lo scrisse Agostino, e nessuna formula potrebbe meglio descrivere il corto circuito di un’epoca che delega ai propri fantasmi la propria infelicità. Tornare al senso è la traiettoria agostiniana tracciata da Prevost con quel «ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te», per dirla con l’incipit delle Confessioni.

Tornando al motto episcopale allora tutto torna, anche declinandolo laicamente: se siamo un’unica famiglia umana, le contraddizioni non sono il nostro destino ineluttabile. Esiste pur un modo per vivere tutti in pace sotto lo stesso cielo? Per Leone XIV la risposta è sì, a patto che il Vangelo non si pieghi a beneficio di pochi e a scapito dei molti. Il Papa quindi invita e tornare alle  Beatitudini — e ai relativi «guai a voi» — che lo stesso Vangelo annuncia: fare spazio ai miti e ai pacifici, ammonire quei pochi ricchi che continuano a camminare sopra i morti e i feriti innocenti del mondo. A quel punto Leone XIV ha detto, per tutti noi, basta.

Siamo solo al primo anno: la buona battaglia — quella di Paolo, quella di Agostino, quella di chiunque abbia scelto la forza del Vangelo non la legge del più forte — è appena cominciata. E la fumata bianca di un anno fa non era un punto d’arrivo: era, come ogni alba, una promessa ancora da mantenere. Leone XIV sembra intenzionato a mantenerla. E questo, in un’epoca di parole svuotate, è già quasi un miracolo laico.

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Giuseppe Trapani, docente e giornalista a Milano: dopo aver collaborato con diverse testate online, tra cui Lettera43 e Linkiesta, dal 2021 è digital journalist per Il Riformista. Ha pubblicato saggi per Elledici (2017) e Santelli–Clandestine (2022).