Tre volte: non ho paura
Vangelo e politica, due codici non sovrapponibili: la rottura Leone-Trump e la strumentalizzazione del sacro per legittimare il potere
Possiamo affermare — con relativa certezza — che la rottura tra Trump e Leone XIV sarebbe prima o poi avvenuta, indipendentemente da chi fosse il pontefice, anche se non non voglio togliere nulla a Papa Prevost, semmai rafforzare nonché condividere la sua posizione morale e religiosa, sia ben chiaro. Perché la questione non riguarda le persone ma i principi; non le sensibilità individuali, ma la struttura stessa del messaggio cristiano.
Il discrimine è quello che la Scrittura chiama «segno di contraddizione»: la persona e il Vangelo di Cristo, predicato, difeso e diffuso dai successori di Pietro con una coerenza che ha resistito a imperatori, dittatori e, oggi, alla spregiudicatezza dei populismi contemporanei.
I potenti del mondo farebbero bene a ricordarselo: il loro potere è transitorio e relativo. L’unica parola che non passa, dice la Scrittura, è quella del Vangelo. E guai a chi volesse tirarla dalla propria parte, strumentalizzandola per interessi di parte — a maggior ragione quando quegli interessi hanno a che fare con la guerra, con le armi, con quel «delirio di onnipotenza» che Leone XIV ha denunciato dalla loggia di San Pietro fin dal primo giorno del suo pontificato.
Il magistero pontificio ha costruito su questo fronte una tradizione compatta e progressivamente più esplicita. Basterebbe scorrere alcune dichiarazioni emblematiche. Giovanni XXIII, nell’ultima enciclica firmata sapendo di essere già condannato dalla malattia, scrisse nella versione latina della Pacem in terris che nell’era atomica pensare alla guerra come strumento di giustizia è («alienum a ratione» — estraneo alla ragione, incompatibile con essa). Paolo VI gridò al Palazzo di Vetro dell’ONU («non più la guerra, non più la guerra!»). Giovanni Paolo II — sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, figlio di una nazione martire — definì il conflitto («un’avventura senza ritorno») e («mai un mezzo come un altro per regolare i contenziosi fra le Nazioni»): parole pronunciate mentre la lettera personale che inviò a Bush prima dell’invasione dell’Iraq veniva posata su un tavolino senza essere aperta. Papa Francesco disse senza attenuanti che («la guerra è sempre una sconfitta, sempre — è ignobile, perché è il trionfo della menzogna»). Leone XIV ha raccolto questa eredità e l’ha fatta propria: («Dio rifiuta la guerra, nessuno può usarlo per giustificarla»). Una tradizione che non conosce eccezioni né cedimenti.
Il primo Papa americano lo ha dimostrato con i fatti. Il 7 aprile, rientrando da Castel Gandolfo mentre si profilava un’escalation contro l’Iran, ha affermato che minacciare un intero popolo non è accettabile e che colpire infrastrutture civili viola il diritto internazionale. Pochi giorni dopo, davanti a trentamila persone in piazza San Pietro, ha ribadito: «Solo tornando al negoziato si può porre fine a una guerra.» Quando ha appreso del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, non ha rilasciato dichiarazioni diplomatiche: ha detto una sola parola — speranza — e ha convocato una veglia di preghiera per la pace.
È esattamente questo che ha fatto esplodere Trump. Il post su Truth è stato brutale: Leone «pessimo in politica estera», «debole sulle armi nucleari», che «dovrebbe rimettersi in carreggiata» ed «essere grato» perché — ha scritto il presidente — «se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.» Un’invettiva che, come ha osservato il padre gesuita Antonio Spadaro, tradisce non la forza ma l’impotenza: «Quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Trump non discute Leone: lo implora di rientrare in un linguaggio che possa dominare.» Perché Leone non propone strategie né entra nella logica degli interessi: parla dall’unico punto di vista del Vangelo, dalla prospettiva dei fragili — i feriti sotto le macerie, i bambini che non vanno a scuola, gli innocenti che nessun comunicato stampa conta per nome. Quando denuncia «l’idolatria della forza», non sta indicando una parte contro un’altra: mette in discussione la grammatica stessa con cui oggi pensiamo il mondo.
È questo l’attrito tra due codici inconciliabili, da un lato una grammatica della forza: deterrenza, eccezionalismo nazionale, uso «provvidenziale» della potenza, una ri-teologizzazione della politica in cui Dio viene arruolato a benedire i forti; dall’altro una grammatica del Vangelo: dialogo, limite morale, diritto internazionale, dignità inviolabile degli innocenti. La risposta di Leone, pronunciata dall’aereo per Algeri, è stata esemplare nella sua sobrietà: «Non sono un politico, non ho intenzione di entrare in dibattito con lui. Continuerò a parlare ad alta voce. Non ho paura.» Tre volte: non ho paura.
La rottura era dunque scritta ma il fatto che si sia consumata in modo così scomposto oltreché isterico tradisce un problema di chi l’ha messa in campo. I governanti farebbero bene a capire che il Vangelo non è a loro disposizione: semmai dovrebbe avvenire il contrario, ovvero veicolare il bene comune e il soccorso ai più deboli per potersi dire coerenti con quanto si dichiara pubblicamente. Da qui la controprova di come si siano rivelate praticamente inutili le imposizioni delle mani dei pastori protestanti nello Studio Ovale, i meme idolatrici che sovrapponevano l’azione politica a una narrazione pseudo-messianica: immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano Trump in posa cristologica, circondato da aquile e bandiere americane, con il profilo di un redentore che scende a salvare l’Occidente. Un kitsch teologico che avrebbe fatto ridere, se non fosse profondamente inquietante: la strumentalizzazione del sacro per legittimare il potere è uno dei meccanismi più antichi e pericolosi che la storia conosca.
C’è del resto una categoria classica dell’etica politica, già presente nella tradizione tomista e ripresa dalla scolastica medievale, che illumina con precisione chirurgica quanto sta accadendo: la distinzione tra intentio e actio. L’azione, per essere moralmente valida, non può essere separata dall’intenzione che la genera. Non basta infatti compiere gesti esteriormente corretti — o apparentemente pii — se la volontà che li muove è orientata al dominio, alla sopraffazione, all’idolatria di sé. L’intenzione retta, non è un optional dell’agire politico: ne è la condizione di legittimità. Proprio Agostino d’Ippona, di cui Leone XIV è figlio spirituale, lo sapeva bene: le grandi imprese compiute per gloria terrena sono moralmente vuote anche quando producono effetti apparentemente positivi. La Città di Dio non si costruisce con la grammatica della Città dell’uomo.
Applicato all’attualità, il ragionamento è impietoso. Non è la retorica cristiana a qualificare un’azione politica e a conferirle dignità evangelica: è l’intenzione che la sorregge, verificabile nelle scelte concrete — chi si tutela, chi si sacrifica, chi si conta e chi non si conta. Quando l’actio politica produce missili e minacce a interi popoli, nessuna intentio dichiarata — per quanto ammantata di simboli sacri — può riscattarla.
Il Vangelo, su questo, è di una brutalità pedagogica esemplare: «dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,16). E questi frutti non si producono solamente dalle dirette televisive,e nemmeno dai clamorosi “amen” millantati nella Casa Bianca.
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