Africa Express
Leone in Africa nel solco di Bergoglio, viaggio tra le sofferenze dimenticate
Algeria (patria di Sant’Agostino) poi Camerun, Angola e Guinea Equatoriale: il Continente africano protagonista di una missione apostolica di speranza in un momento in cui gli occhi di tutto il mondo sono concentrati altrove
Era iniziato con il clamore indesiderato della querelle con Trump, è proseguito come si conviene a Leone XIV, pontefice dai toni pacati e dalle maniere concilianti. I dieci giorni di viaggio apostolico in Africa – Algeria, Camerun, Angola, Guinea equatoriale – segnano un nuovo capitolo nel pontificato di papa Prevost. La Chiesa si conferma portatrice di pace e missionaria nelle terre più dimenticate. Quando gli occhi del mondo sono puntati a Hormuz e a un conflitto che rischia di non avere un prosieguo, il vicario di Cristo si mostra in prima persona dove spesso la guerra e la sofferenza hanno scritto la quotidianità dei popoli. E nessuno se ne è accorto.
L’Africa è il continente più tormentato del mondo. Su di essa vi si ripongono le speranze più vaghe. Si parlava del millennio africano negli anni Duemila. Peccato, si dovrà attendere il prossimo. E poi ci si limita a sfruttarla. Eppure per la cristianità, l’Africa resta il luogo dove le sofferenze possono concludersi anche con la vittoria delle forze del bene. Le tappe toccate sono state cariche di significato. L’Algeria, meta per la prima volta di un Papa, è la patria di Sant’Agostino. Per l’agostiniano Robert Prevost, è stato come un ritorno ai primi passi della vocazione. Con la tappa in Algeria, Paese musulmano e mediterraneo, la Chiesa ha voluto dire che il dramma del Medio Oriente le è noto. E che, nonostante oggi a prevalere siano le armi, è pronta a fare la sua parte per raggiungere la pace. Le correnti separatiste sono state invece al centro della visita in Camerun. Un’«Africa in miniatura», come ha detto lo stesso pontefice, in riferimento alle ricchezze del Paese. Croce e delizia appunto di tutto il Continente. È stata poi la volta dell’Angola, anch’essa terra di guerre civile e sfruttamenti, ma che oggi vive una lunga stagione di pace. Infine la Guinea equatoriale, nazione che non riceveva un Papa dal lontano 1982.
A proposito dei precedenti. Era il 1968, sul soglio di Pietro c’era Paolo VI. È da allora che l’Africa è stata terra di missioni apostoliche. Giovanni Paolo II ne ha compiute 50. I suoi successori, per ovvi motivi di durata del proprio mandato, non sono arrivati a tanto. Ci si chiede spesso se quello di Prevost sia un pontificato di cesura rispetto a quello di Bergoglio. Il cambio di passo c’è stato. Tuttavia, è stato Francesco a porre l’Africa al centro dell’impegno mondiale della Chiesa. È in quella terra abitata da un terzo della cristianità, circa 700 milioni, che Francesco ha tradotto in senso concreto il suo concetto di “periferia globale”, luogo di sfida per la Chiesa. Papa Leone XIV, così diverso dal suo predecessore, ha preferito la continuità. Memore della sua missione in Perù, anch’essa terra di confine, ha scelto l’Africa come pulpito più adatto da dove trasmettere un messaggio inequivocabile. Che è sempre quello da duemila anni. «Coloro che comandano sono al servizio di coloro ai quali apparentemente comandano», ha detto Leone in Camerun citando Sant’Agostino.
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