Arduo è il compito che attende Marco Rubio tra le due sponde del Tevere, nel tentativo di ricucire i rapporti con la Santa Sede e con l’Italia. Compito reso ancora più difficile dall’incontinenza verbale del presidente degli Stati Uniti, che – quasi a voler danneggiare l’azione del suo Segretario di Stato – ha dichiarato che il Papasta mettendo in pericolo molti cattolici”. La frase pronunciata nel corso di un colloquio con Hugh Hewitt di Salem News Channel prosegue la saga di invettive che Trump lancia contro il Santo Padre, venendo da quest’ultimo ignorato.

The Donald non riesce a digerire la posizione critica del Papa sul conflitto con l’Iran. Cosa dovrebbe fare – secondo Trump – il Papa resta un mistero, a meno che non si aspettasse da Leone XIV la proclamazione della crociata o una benedizione alla sua minaccia di cancellare la civiltà iraniana, senza distinzioni. Abbiamo compreso da tempo che il presidente fatichi a distinguere la Chiesa di Roma, con la sua storia bimillenaria, dalle chiese protestanti americane, politicizzate e genuflesse alla sua umana pretesa di onnipotenza.

Ma la Chiesa di Roma che ha sfidato e consumato l’Impero Romano e che ha visto germogliare e appassire imperi, regni e umane glorie non potrebbe mai scomporsi dinanzi all’ennesimo strepito umano. Del resto, come insegna San Paolo, “Si Deus pro nobis, quis contra nos?”. Oppure da un Papa statunitense probabilmente ci si aspettava maggiore accondiscendenza? Una sorta di posizione subordinata con Trump nel ruolo di Filippo il Bello, ma con Papa regnante che non è Clemente V e non subisce affatto alcuna influenza da parte della Casa Bianca e della diplomazia americana, nonostante qualche solerte funzionario/cortigiano abbia minacciato una sorta di “cattività avignonese” al Nunzio apostolico nelle stanze del Pentagono.

L’attacco al Papa è stato il suicidio politico del presidente degli Stati Uniti, che sembra voler perdere a tutti i costi le elezioni di medio termine e consegnare il congresso ai democratici, sacrificando un elettorato, quello cattolico, che è stato fondamentale per strappare la presidenza ai democratici e rientrare nello Studio Ovale. Peggio ancora, pare voler rompere con tutti gli alleati europei, alla testa di destre cattoliche e che difficilmente potrebbero restare silenti agli attacchi diretti al Sommo Pontefice. Il Papa “va avanti per la sua strada”, come ha saggiamente ricordato il cardinale Parolin. La strada di Leone XIV presto si incrocerà con quella di Rubio, e allora capiremo se tra la Santa Sede e Washington i margini per ricucire ci saranno o meno. Stesso discorso vale in chiave esclusivamente politica per Roma.

Meloni ha risposto all’annuncio del presidente Usa di ritirare le truppe dal nostro Paese, e questo sarà tema del colloquio. Trump sembra sottovalutare la lezione più importante della Storia: anche gli imperi hanno bisogno di alleati, ma gli alleati non sono sudditi e meritano quel rispetto che troppo spesso è mancato. L’errore del tycoon è duplice: nel suo delirio di onnipotenza non ha saputo discernere tra alleati politici – come Meloni e Merz – da Paesi alleati ma guidati da governi di altro indirizzo politico, utilizzando un approccio che ha posto gli alleati politici in grande difficoltà con la propria opinione pubblica. Per questo, la missione di Rubio è resa ancora più complessa dalla sequela incontrollata di dichiarazioni, che difficilmente cesseranno in vista delle giornate italiane del Segretario di Stato Usa. L’unica certezza è la necessità di trovare una soluzione con l’Italia, che sul piano strategico per Washington è più urgente di quella con Berlino.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.