La perdita di riferimenti
La politica, Trump, e l’immagine di Dio: quella frattura insanabile con Papa Leone
Trump con la Bibbia in mano, circondato da consiglieri che pregano per lui. E, dall’altra parte, il Papa nel mirino. È un’immagine costruita, potente, ripetuta – ma oggi anche incrinata. Perché nello scontro con Papa Leone non c’è solo una polemica: c’è il punto di arrivo di una lunga trasformazione americana, quella in cui la religione smette di essere fede e diventa strumento politico. Nel suo ultimo libro, Dio benedica l’America, Paolo Naso ricostruisce questa traiettoria lungo più di un secolo, ben prima di Donald Trump.
La nascita della destra religiosa
All’origine c’è uno scontro che è insieme teologico e culturale: come leggere la Bibbia. Interpretarla e contestualizzarla, oppure difenderla come parola letterale e intoccabile. Da questa frattura nasce il fondamentalismo moderno, che già negli anni Venti si traduce in azione pubblica, arrivando a portare nei tribunali insegnanti accusati di diffondere l’evoluzionismo. Il passaggio decisivo arriva negli anni Ottanta, con Ronald Reagan. È lì che una parte del mondo religioso, fino ad allora marginale rispetto alla politica, viene mobilitata e organizzata. Nasce la destra religiosa: una galassia di movimenti e associazioni che progressivamente si salda al Partito repubblicano fino a diventarne componente egemone. Da quel momento, la religione diventa una leva politica. Temi come aborto, famiglia, identità vengono riletti in chiave morale e utilizzati per costruire consenso. L’America viene raccontata come un Paese in declino, da salvare attraverso il ritorno ai valori originari.
Lo schema al punto estremo
Ora, Trump porta questo schema al suo punto più estremo. Che la sua fede sia autentica o meno conta relativamente. Conta la capacità di usare il linguaggio religioso come strumento: la promessa di restaurare un ordine perduto, il richiamo ai valori tradizionali, la costruzione di una missione quasi redentrice. È quella che viene definita una forma di “nazionalismo cristiano”: un’ideologia che utilizza simboli e parole della fede per mobilitare consenso politico. Eppure proprio questa escalation oggi mostra una crepa.
Lo scontro con Papa Leone
Lo scontro con Papa Leone segna una soglia. Perché mette in evidenza una contraddizione rimasta a lungo sotto traccia: l’uso politico della religione può spingersi fino a entrare in conflitto con la religione stessa. Le conseguenze si vedono soprattutto nel mondo cattolico americano: le politiche migratorie colpiscono direttamente comunità profondamente radicate nelle parrocchie. Il risultato è un clima di paura, una riduzione della partecipazione religiosa, ma anche una reazione. Vescovi e cardinali iniziano a prendere le distanze. Diverso il discorso per il mondo evangelico fondamentalista, che resta in larga parte compatto. Ed è qui una distinzione spesso ignorata in Europa: non tutto il protestantesimo americano sostiene Trump. Le chiese storiche hanno espresso critiche anche dure.
Una questione non solo religiosa
Il sostegno più solido arriva da quella componente specifica definita evangelical, con una lettura selettiva della Bibbia. Selettiva anche nel linguaggio. Parole come pace, misericordia, povertà tendono a scomparire, sostituite da sicurezza, guerra, prosperità, identità. È un cambio semantico che riflette un cambio politico. Il punto, però, non è solo religioso. È sociale: quel mondo che oggi sostiene il trumpismo non nasce come forza di potere. Nasce come comunità che cerca risposte e quando la politica smette di offrirle, qualcun altro lo fa. Qui si innesta un doppio vuoto. Da una parte, quello teologico. La Bibbia viene piegata a un uso politico, trasformata in linguaggio di mobilitazione. Eppure la tradizione protestante americana aveva costruito un rapporto più complesso con il testo biblico, fatto di studio e interpretazione. È quella tradizione che oggi fatica a reggere l’urto di una lettura semplificata e funzionale al potere. Dall’altra parte, c’è il vuoto della politica. Intere fasce sociali – meno istruite, più isolate, colpite da trasformazioni economiche radicali – si sono sentite abbandonate.
La perdita di riferimenti
Hanno perso riferimenti: il lavoro, il sindacato, i partiti, perfino le chiese storiche. E hanno trovato nei movimenti fondamentalisti non solo un’identità, ma una comunità, un linguaggio, una risposta. La sinistra liberal americana ha guardato a questo mondo con distanza, quando non con sufficienza. E così ha lasciato spazio ad altri. Oggi quella scelta presenta il conto. E lo scontro con il Papa lo rende visibile: la politica che usa la religione come strumento, prima o poi incontra un limite. Ma quel limite non è il Papa. È interno: è nella trasformazione stessa del potere politico in qualcosa che assomiglia a una missione religiosa. Nel momento in cui il leader si presenta come interprete di un disegno superiore, ogni dissenso diventa eresia, ogni mediazione una debolezza. È qui che il meccanismo si incrina: una politica che si legittima come verità non regge il conflitto. E prima o poi lo genera.
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