Italia
Il Papa alla Sapienza punta il dito contro il riarmo
Il torto è stato ripagato? Questo giudizio lo lasciamo ai posteri, ma la visita di Leone XIV all’Università “La Sapienza” di Roma segna una ricucitura importante e rende giustizia a una cicatrice morale: un’onta che da diciotto anni gravava sull’ateneo capitolino. Allora, le proteste furenti degli studenti radicalizzati e l’appello dei soliti benpensanti (ben 67 “scienziati”) – che definirono la figura del pontefice Benedetto XVI “non accademica” – spinsero la Santa Sede ad annullare la visita. La visita pastorale del Santo Padre giunge in un momento particolarmente delicato sul piano storico e internazionale, e cade nel giorno in cui l’Europa – nella cornice del “Premio Carlo Magno” consegnato a Mario Draghi – tenta ad Aquisgrana un percorso costruttivo per il futuro. La scelta di insignire l’ex Premier ed ex Presidente della BCE vuole essere “un forte segnale alle istituzioni europee”, come ha apertamente sottolineato il Presidente del premio, Armin Laschet. Se a Roma Papa Leone XIV ha puntato il dito contro il riarmo europeo e il clima attuale, ad Aquisgrana Draghi ha rimarcato come “per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme”.
Per Draghi – il cui “rapporto sulla competitività” è finito per essere nulla più che un roboante frastuono in una pensione di sordi – quello che viviamo non è solo un momento di “pericolo” ma di “rivelazione”. Per l’ex premier, infatti, “le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperità non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ciò che hanno in comune e ciò che sono disposti a costruire insieme”. Una visione che, ad oggi, risulta più idilliaca del rapporto stilato ma vanificato nei fatti. Mai come oggi Roma e Aquisgrana hanno incarnato la differenza tra chi, come il Santo Padre, ha nella sua missione l’universalità del cristianesimo, e chi, come Draghi, non può che limitarsi – con le lenti dell’economista che spazia nella politica – alla lettura accorta di tempi che definire “grami” appare talvolta riduttivo. Leone XIV porta sulle spalle duemila anni di predicazione e di azione nella storia; egli non può permettersi il lusso umano di inserirsi nel tempo, ma del tempo ha forse la concezione più autentica, priva appunto di quel senso di finitezza e limite tipico della natura umana.
Nel suo universalismo, il Pontefice parla al singolo, al cuore dei problemi che affliggono non solo gli Stati e le narrazioni, ma le persone; quel “singolo” che rischia di essere schiacciato dalla massa come organismo storico. Parla ai giovani sempre più fragili, vessati da una società dominata dalla tecnica e disumanizzata: “Questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!”. Se applicata all’Europa, questa frase sintetizzerebbe lo stato dell’arte senza ricorrere a fiumi d’inchiostro sprecati. Perché il grande limite dell’Europa è stato proprio quello di lasciare il terreno della politica per seguire quello dei tecnocrati, i quali non riconoscono quei limiti che la politica – con tutti i suoi difetti – sa cogliere.
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