Riformista cantiere aperto
La bandiera della giustizia nelle nostre mani: i punti fermi dopo la vittoria del No tra cecità sondaggi e paradosso positivo
Delle conseguenze politiche profonde del voto parleremo nei prossimi giorni, quando si poserà sul terreno la polvere sollevata in queste ore. Quella dei magistrati che a Napoli brindano cantando “Bella Ciao” (che vergogna!), delle dichiarazioni trionfali di un’opposizione che si intesta la vittoria e già si divide, delle pezze a colore messe in fretta e furia dalla maggioranza, e del solito inutile gioco delle recriminazioni su chi e dove e perché ha sbagliato la campagna elettorale. Tutte questioni di cui non ha senso parlare a caldo. Limitiamoci a fissare per ora qualche punto fermo.
1. La cecità dei sondaggi
Tema non secondario, ma emblematico: i sondaggisti hanno fallito per l’ennesima volta. Cercano di decifrare il Paese con strumenti del paleolitico, disturbando la gente al telefono e ignorando che le vere opinioni oggi si formano e si scontrano sul web e sui social. Con budget irrisori, tengono fuori l’Intelligenza Artificiale, non usano modelli predittivi, si accontentano di campioni statistici fragilissimi e poi fanno cartello per evitare figuracce pubbliche. Se le “sonde sociali” che mettiamo nel terreno sono queste, stiamo freschi, il Paese non lo capiremo mai. E infatti non ci hanno fatto capire nulla di quello che stava maturando.
2. L’alibi del Paese conservatore
Quando poi le cose accadono, quando le riforme falliscono o le urne non rispondono, tutti cadono dal pero e se la prendono con gli elettori, dipinti d’ufficio come conservatori o ignoranti. È un comodo alibi assolutorio. Smettiamola di sventolare la sindrome del Paese immobile. Se un referendum non passa nel Sud, ma il Sì vince nettamente in Lombardia e in Veneto, non è perché molti italiani sono geneticamente contrari al cambiamento e (pochi) altri no. È perché il sistema politico e mediatico non ha saputo tradurre il tema in discussione in un bisogno reale e universale. Prendercela con chi ha votato “male” o non ha votato affatto è uno sterile esercizio di arroganza.
3. Il testo divorato dal contesto
Veniamo al merito. Siamo andati a votare su un tema specifico, di vitale importanza ma incomprensibile ai più. Perché quando siamo tormentati da assordanti rumori di fondo – guerre alle porte dell’Europa, costi dell’energia, incognite sul futuro globale – la nostra mente va in sovraccarico, e non ha abbastanza risorse per discettare di elezione dei togati. Di fronte a un testo complesso e a un contesto minaccioso, scatta la scorciatoia: si spegne l’analisi razionale e si accende l’istinto. L’elettore cancella la domanda incomprensibile (“Vuoi approvare il comma X?”) e la sostituisce con una più facile: “Come sto oggi? Ho paura del futuro?”. Così, la scheda si trasforma in una valvola di sfogo emotivo. Pretendere che milioni di persone valutino un dispositivo di legge in modo asettico mentre sentono il mondo tremare sotto i piedi è umanamente impossibile.
4. Né spallata a Palazzo Chigi, né trionfo per la sinistra
Proprio per questo, sbaglia di grosso chi legge questo risultato come un avviso di sfratto per Giorgia Meloni. È stata un’onda di inquietudine trasversale, non una mozione di sfiducia. Allo stesso tempo, se a sinistra qualcuno pensa di stappare lo spumante, commette un errore grottesco di presunzione. Le urne vuote o il voto di pancia non sono vittorie “di proprietà” di Conte o della Schlein (a proposito, sono passate poche ore e tra i due è già scontro aperto). È un’onda anomala che ha scavalcato le segreterie e non si tradurrà automaticamente in consensi per il centrosinistra.
5. Il paradosso positivo
Però c’è un dato politico enorme in questo voto. Un paradosso straordinario: la giustizia è definitivamente uscita dai salotti degli addetti ai lavori ed è diventata una questione popolare. È esplosa nelle urne. Tredici milioni di italiani hanno sfidato la complessità del quesito e il clima di incertezza per dire una cosa chiarissima: la giustizia così non funziona e va cambiata. Il vaso di Pandora è scoperchiato. Volente o nolente, la politica è ora costretta a smettere di traccheggiare e a metterci mano sul serio. Non si torna indietro.
6. Il nostro compito
E se la politica rinuncerà a fare la sua parte, spaventata da chi brinda cantando Bella Ciao, sarà Il Riformista a prendere in mano la bandiera di quei tredici milioni di italiani che chiedono una rivoluzione garantista. Diventeremo la loro voce, il loro megafono, il loro cantiere aperto. Detteremo l’agenda senza fare sconti al governo e senza fare regali a un’opposizione che tifa per lo status quo giudiziario. Vogliamo costruire una giustizia veramente giusta, laica e liberale. Le chiacchiere stanno a zero, il segnale del Paese è arrivato forte e chiaro: il lavoro vero per noi inizia oggi.
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