Lo scenario
Legge elettorale, il maggioritario non è la soluzione. Meloni punti sul proporzionale
Nonostante l’evoluzione della specie e i severi esami affrontati a ogni ricorrenza del 25 aprile (nei prossimi giorni ci sarà un’altra sessione, perché in materia di antifascismo gli esami non finiscono mai), Giorgia Meloni conserva nei suoi cromosomi dei geni repubblichini che la inducono a reagire alle sconfitte andando alla ricerca della “bella morte” in battaglia. Solo così si spiega l’ostinazione con cui la premier, dopo aver perso in modo netto e inequivocabile nel referendum sulla magistratura, insiste per varare una legge elettorale fortemente maggioritaria in nome di un principio discutibile secondo il quale – alla chiusura delle elezioni e dello spoglio delle schede – si deve sapere chi ha vinto e chi ha perso.
Il potere delle leggi elettorali
Una legge elettorale maggioritaria è coerente con un sistema bipolare e ne garantisce l’alternanza. Ma un bipolarismo è sano quando esiste nei fatti e la legge elettorale vi si adegua. In Italia avviene il contrario: sono le leggi elettorali a imporre ai partiti coalizioni alternative forzate al solo scopo di vincere, senza preoccuparsi di governare con stabilità e unità di intenti. In tali condizioni è successo che gli schieramenti vincitori nelle urne sono stati in grado di guidare il Paese (ben due governi Prodi) per un tempo limitato della legislatura, prima di implodere per effetto di dispareri interni. E comunque, anche nel caso di coalizioni più durature, le reali differenze dei partiti alleati (il primo e l’ultimo governo Berlusconi) sono emerse nel corso dell’intera legislatura e hanno creato difficoltà nell’esercizio del potere.
Due blocchi
In Italia oggi si fronteggiano due coalizioni, divise al proprio interno su questioni cruciali della politica internazionale, europea, economica e sociale tra loro interdipendenti, ma unite per metà con la metà avversaria. Sui temi accennati, se contassero le posizioni di merito, si fronteggerebbero due blocchi diversi da quelli che in Parlamento siedono in maggioranza e all’opposizione. Per far saltare questa anomalia è necessario cambiare delle leggi elettorali che la impongono, liberando le forze politiche da vincoli di opportunismo elettorale alla ricerca dei voti prima ancora che del consenso su un programma coerente. Senza essere liberate dai vincoli di potere che tengono insieme le coalizioni, non si realizzerà mai quell’evoluzione del quadro politico e del sistema dei partiti in grado di affrontare i problemi nuovi anche con alleanze diverse da quelle tradizionali maturate nella Seconda Repubblica.
Meloni si è candidata a perdere
Il 22 e 23 marzo Giorgia Meloni non ha perso solo il referendum, ma si è candidata a perdere anche le elezioni politiche del 2027. La premier si è qualificata fin dall’inizio sul terreno della politica internazionale, acquisendo per l’Italia un ruolo importante in Europa e nel mondo. Oggi – con Donald Trump – gli spazi di iniziativa si sono parecchio ristretti per la Ue (e per l’Italia), anche perché le ultime vicende hanno messo a nudo le indisponibilità del vecchio continente a giocare quando il gioco si fa duro. Rimarrebbe una sola via di risalita per recuperare il consenso perduto: l’economia. Ma per rendere concreta questa opzione, Meloni dovrebbe nuotare controcorrente come i salmoni, perché gli scenari internazionali – a fronte dell’impotenza dell’Europa – condizioneranno negativamente le prospettive economiche e finanziarie.
Il maggioritario non è la soluzione. Meloni punti sul proporzionale
Ciò significa che – senza cambiamenti politici importanti sui quali non possiamo influire – l’Italia non solo non crescerà nell’economia reale, ma non riuscirà neppure a mantenere quell’equilibrio nei conti pubblici che è stata la priorità delle ultime leggi di bilancio. In una situazione tanto complessa, prima di porsi la classica domanda del “che fare?”, è opportuno individuare che cosa “non fare”. Sicuramente il governo deve ritirare il disegno di legge elettorale presentato. Solo un ritorno al proporzionale (con soglia di sbarramento e ripristino delle preferenze), senza dover ricorrere al doping di un premio maggioritario, potrebbe disarticolare l’attuale bipolarismo, liberare le forze politiche che vi sono intrappolate e dare spazio a nuove formazioni, proponendo così una più ricca offerta politica all’astensionismo. Altrimenti è meglio andare alle urne con il Rosatellum.
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