La legge elettorale, si sa, non è materia costituzionale. Purtroppo. Ma potrebbe non essere peregrina l’idea di chiamare gli elettori ad approvare, o respingere, i periodici arrangiamenti sul tema elaborati dagli apprendisti stregoni dei partiti, delle loro segreterie, o peggio, dei loro “cerchi magici”. Una consultazione preventiva sui meccanismi per formare la pattuglia dei rappresentanti del popolo avrebbe due buone ragioni: la prima riguarda proprio la natura del voto. La selezione della rappresentanza parlamentare è il cuore della democrazia, perché in essa si consuma la delega fondamentale del popolo sovrano. Perché al popolo non dovrebbe essere sottoposto il giudizio sul meccanismo con cui questa selezione si concretizza?

La seconda ragione ha a che fare con quello che tanti anni fa Silvio Berlusconi – secondo un’idea sagace di Luigi Crespi – chiamò il “contratto” con gli italiani. Nel mondo del lavoro la firma di un contratto, da parte della delegazione di rappresentanza sindacale, è sottoposta al giudizio dei lavoratori. La legge elettorale è quel contratto che definisce le regole per trasformare il voto in rappresentanti. Possibile che le norme vengano cambiate, quasi sempre a ridosso di un appuntamento elettorale, senza che il popolo “sovrano” non venga consultato sul metodo, né prima, né dopo? Eppure, anche quest’anno avremo il nuovo impianto di regole deciso nei Palazzi, senza che nessuno possa dire alcunché, se non subirlo.

La parola d’ordine di questi giorni è “stabilità”. Il disegno di legge di riforma della legge elettorale è già stato orrendamente battezzato: “Stabilicum”. Una considerazione preliminare: il Governo Meloni sta veleggiando verso un primato di cui vantarsi, quello della durata coincidente con l’intera legislatura. Una legislatura, un solo Governo. Mai successo prima. Più stabilità di così! Ma allora, perché invocare nuove regole di voto per assicurare la stabilità? Più di quella realizzata dal centrodestra al governo?

Non sembra un argomento forte per giustificare la riforma del voto. In verità, solo una questione avrebbe potuto essere capace di imporre l’ennesimo cambio di regole: la reintroduzione delle preferenze. Dal 1993, con il “Mattarellum” si impongono le liste bloccate, cancellando le preferenze che il socialista Lelio Basso, già nel 1953, avrebbe voluto del tutto libere, nemmeno limitate alle quattro indicazioni previste nelle prime elezioni del dopoguerra: “Credo che sarebbe assai meglio lasciare libere le preferenze, in modo che gli eletti siano veramente gli eletti del partito e non gli eletti dell’apparato federale”. Non era difficile prevedere l’esito di questo blocco delle liste: le elezioni diventano delle nomine; gli eletti non sono più quelli che il popolo preferisce, ma quelli scelti dalle segreterie, oggi – nel tempo del personalismo assoluto anche in politica – semplicemente quelli considerati più fedeli al capo di turno nel partito.

Le ragioni addotte, dal 1993 a oggi, per evitare l’uso della preferenza, sono risibili o preoccupanti. Il deputato di Forza Italia, in questi giorni ha ripetuto l’argomento contro le preferenze: “Sappiamo che in alcune realtà territoriali, dove esistono vulnerabilità e presenze della criminalità organizzata, possono diventare uno strumento delicato”. Una dichiarazione allarmante. L’Italia è un Paese che dovrebbe chiamare degli osservatori internazionali, a vigilare sulla correttezza del voto, alla stregua dei meno democratici Stati dell’America Latina?

È una dichiarazione di resa o di lesa maestà. La realtà è più semplice: le preferenze sono uno strumento di democrazia che i partiti di oggi mostrano di non gradire. Punto. Alcuni lo dicono chiaro, come la Lega, altri fingono, compresi quelli che hanno fatto dell’”uno uguale a uno” un ritornello di successo. Altri ancora, come Fratelli d’Italia, hanno invocato le preferenze quando erano all’opposizione, ma ora dall’alto del Governo più stabile della Repubblica, ci ripensano, evitano di inserirle nel disegno di legge redatto a loro cura, salvo poi dichiarare di sostenere chi volesse un emendamento del genere in Parlamento. Una versione aggiornata di un antico adagio:” vai avanti tu, che mi viene da ridere”. Il diritto di votare dovrebbe coincidere con la possibilità di scegliere, quindi di preferire. In caso contrario sarà solo ipocrisia stracciarsi le vesti di fronte al crollo della partecipazione al voto.