Il bipolarismo non è tra due grandi partiti, ma tra due grandi coalizioni
L’ora di una nuova Margherita per costruire un pezzo di centrosinistra che oggi manca e liberare il Pd
Naturalmente, posso sbagliarmi. Ma il passaggio di Marianna Madia dal Partito democratico al gruppo di Italia Viva, come indipendente, può essere l’inizio di un fenomeno più vasto. Un processo politico che potrebbe portare alla nascita di un polo riformista, una sorta di “nuova Margherita”: autonoma, ma solidamente alleata con il Pd. È un’ipotesi seria. Può coinvolgere – e forse già interessa – figure come Ernesto Ruffini e sindaci civici del calibro di Beppe Sala e Damiano Tommasi, insieme ad altri amministratori locali. Un ruolo particolare potrebbe essere svolto anche da “Comunità Democratica” di Graziano Delrio, che sempre più assume la fisionomia di qualcosa di diverso dalla consueta corrente interna.
Questo processo può essere la chiave per tornare a vincere, ponendo fine alle ambiguità del Pd. Dalla sua fondazione nel 2007, il Partito democratico, nel tentativo di tenere insieme anime ideologicamente distanti, ha spesso prodotto una linea politica scialba, costretta a mediazioni estenuanti. Se l’area moderata, liberal-democratica e cattolico-democratica costruisse una propria casa autonoma e strutturata, la segreteria di Elly Schlein avrebbe finalmente lo spazio per esprimere una linea coerentemente di sinistra. Senza il freno delle correnti interne, il Pd potrebbe parlare con voce più chiara di diritti sociali, lavoro, precarietà e redistribuzione, recuperando credibilità in quei settori popolari che ancora oggi si rifugiano nell’astensione. Dall’altro lato, esiste un elettorato che non si riconosce nel sovranismo della destra ma fatica ad aderire a una piattaforma di sinistra. Rafforzare il centro della coalizione non significherebbe indebolire il Pd, ma presidiare un’area decisiva per la vittoria. Senza un approdo per questi elettori, il rischio è che il cosiddetto “campo largo” resti una somma aritmetica, incapace di esprimere davvero le diverse anime politiche che dovrebbe tenere insieme.
Il modello che si profila non è quello della convivenza forzata dentro un unico partito, ma quello di un nuovo Ulivo: un’alleanza in cui le identità sono distinte e, proprio per questo, più forti. La mossa di Madia e il lavoro di Delrio con “Comunità Democratica” – che si riunirà a Roma il 16 maggio con Romano Prodi – sembrano andare in questa direzione: costruire un pezzo di centrosinistra che oggi manca. L’ipotesi è quella di due motori distinti ma ben sintonizzati: uno marcatamente di sinistra, l’altro di centro, riformista e civico. Una doppia trazione per offrire un’alternativa credibile a questo governo di destra, allargando il consenso. Il bipolarismo non è finito nelle urne: gli elettori continuano a scegliere tra due blocchi.
Ma non è più riducibile al bipartitismo per il quale era nato il Pd, con la pretesa di una vocazione maggioritaria autosufficiente. La destra lo ha capito per prima: il bipolarismo del futuro non è tra due grandi partiti, ma tra due grandi coalizioni. È tempo che anche nel centrosinistra si prenda atto di questa realtà. Due partiti che si parlano, si alleano e condividono un progetto di governo sono preferibili a un unico partito che consuma le proprie energie in conflitti interni. Naturalmente, nel campo largo restano fondamentali anche altre forze politiche, come Alleanza Verdi-Sinistra e il Movimento 5 Stelle, che con le loro proposte e identità parlano già a settori consistenti dell’elettorato del centrosinistra. Ma proprio per questo, oggi più che mai, serve chiarezza. E forse anche il coraggio di separarsi per tornare a vincere insieme.
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