I Riformisti Dem sollevano il velo, nel giorno del Consiglio dei Ministri sul decreto 1 maggio, sulle difficoltà della classe media. Un buon punto. «Tornare a crescere», tema ingiustamente rimosso, dicono, torni centrale. E per farlo hanno indetto una iniziativa, alla sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, da dove lanciare una serie di misure economiche di valore. Liberali. Tanto che potrebbero essere state proposte da Forza Italia o da Azione: indicano la necessità di tagliare sul fisco, la spesa superflua – e anzi dannosa – del Superbonus, la necessità del ritorno al nucleare. Il responsabile Economia del Nazareno, Antonio Misiani, partecipa all’incontro in Senato confermando il sostegno – o perlomeno l’attenzione – della segreteria Pd. Bollinati, non bollinati, i punti del programma dei Riformisti trovano cittadinanza nel centrosinistra. Chiedono l’introduzione del salario minimo, il rafforzamento della contrattazione collettiva e in particolare quella decentrata, misure per proteggere i salari dall’inflazione e che permettano alla produttività di ripartire.

A fare da padrone di casa, il senatore Filippo Sensi. Guida i lavori la deputata Lia Quartapelle, accanto all’economista Marco Leonardi e, da remoto, Francesco Giavazzi. In sala, Walter Verini, Sandra Zampa, Marianna Madia, Simona Malpezzi, Lorenzo Basso. Da Bruxelles, interverrà Giorgio Gori. «Ci troviamo in queste ore– dice Quartapelle- a discutere di un’improbabile uscita unilaterale dal Patto di stabilità, ma non si parla di quella che è la questione principale del nostro Paese: la mancata crescita. Da 20 anni il nostro Paese ha imboccato la strada della stagnazione, soprattutto per quel che riguarda i salari, una situazione che non ha eguali in Europa. Questo governo ha come ossessione quella di avere il record di longevità ma vorremmo che abbia quella della crescita».

Per Giorgio Gori, che espone la magna pars del ricettario riformista per la crescita collegato da Strasburgo «è difficile che la domanda cresca se i salari restano fermi. Se non crescono i consumi, l’economia resta ferma. Negli ultimi anni abbiamo avuto un’occasione unica con il Pnrr e il superbonus su cui si può essere d’accordo o no, ma è una misura costata 200 miliardi, buttati nella fornace dell’economia con l’intento di farla crescere e il risultato è che non è cresciuta». Alle misure proposte dai riformisti per far crescere la domanda vanno quindi affiancate quelle sull’offerta. La cui leva è il welfare. Quindi, congedi paritari tra uomini e donne, fiscalità di vantaggio per le donne e il finanziamento agli asili nido.

Infine, misure per facilitare il permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri regolari, per l’innovazione e l’intelligenza artificiale e per abbattere il costo dell’energia. Su quest’ultimo punto, Gori non si tira indietro: L’Italia, ha spiegato, sconta «grandi differenze per esempio rispetto alla Spagna, che viene spesso citata in questo periodo, che ha una più ampia penetrazione di rinnovabili e può vantare anche una quota di 20% di nucleare civile che stabilizza la produzione energetica». Sarebbe interessante capire se rimarrà la voce della minoranza o se l’intero Pd è pronto a dismettere i panni dell’antinuclearismo gruppettaro. E sarebbe interessantissimo capire quale sarà la posizione di 5Stelle e Avs sul punto.

Perché, primarie o meno, un programma la coalizione del campo largo dovrà metterlo insieme. E sarà lì che i nodi andranno al pettine. Certamente il contesto del primo maggio rende urgente una riflessione approfondita, nel centrosinistra, su come tornare a parlare di riconquista del potere d’acquisto e di classe media. Nonostante la crescita registrata nell’ultimo biennio, ancora insufficiente per recuperare potere d’acquisto, i lavoratori italiani bocciano sonoramente le loro buste paga. E in particolare a farlo sono le donne e i giovani denunciando soprattutto un problema di “merito” nella costruzione dei loro pacchetti retributivi. Difficile dar loro torto, d’altra parte, se – come ha certificato ancora ieri l’Istat nella sua audizione sul Documento di Finanza Pubblica – nel 2025 le retribuzioni contrattuali (+3,1%) e quelle di fatto (+2,6%) sono aumentate solo poco più dell’inflazione (+1,7%), ma con un handicap post-Covid ancora significativo: tra il primo trimestre 2021 e il quarto trimestre del 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali. Un tema enorme per centro, destra e sinistra in quest’anno di campagna elettorale.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.