Penso che, in una fase come quella che attraversiamo, delicata, i momenti di discussione debbano essere maggiori. Perché questo è il modo in cui funziona un partito che discute, che decide. Lo dico soprattutto perché ho sentito anche oggi, ma non solo oggi, parole confuse, sbagliate. Confuse sul rapporto tra il necessario confronto che serve in un partito e il concetto di unità.

E allora io voglio dire subito che il pluralismo non è una concessione, non è sopportazione acustica, cari amici, non è lasciar parlare qualcuno e poi fare come se nulla fosse perché c’è già un’altra linea. Il pluralismo è un’idea precisa di partecipazione democratica, non è generica tolleranza. E soprattutto non è l’opposto dell’unità, perché l’opposto dell’unità è la divisione. E si può essere uniti anche avendo posizioni diverse. Se quelle posizioni vengono ascoltate, vengono riconosciute e vengono attraversate, perché è così che si riesce poi a fare sintesi. Non si è più uniti quando, invece, le differenze vengono ridotte all’individualità, quando vengono annichilite. È lì che nasce la frattura.

E noi l’abbiamo già vissuto, lo dico guardando Roberto, Arturo, l’abbiamo già vissuto tutto questo. Ed è stato doloroso, perché è accaduto dopo il referendum del 2016. C’è stata una frattura dolorosa che portò tanti amici, tanti compagni, anche Elly, a lasciare il Pd. E oggi vedo spirali di radicalizzazione però ancora più profonde.

Dentro il PD e dentro il campo largo facciamo attenzione, perché sui territori c’è già una lenta, taciuta, nascosta, ma progressiva e inesorabile tendenza dei dirigenti che stanno lasciando questa comunità. E tanti fondatori non si riconoscono più. Non riconoscono più il Pd.
Penso alle parole di Prodi, penso a quelle di Veltroni, e potrei continuare perché la lista è lunga. Io penso che questo debba essere un serio motivo di riflessione, perché un gruppo dirigente eletto ha certamente il diritto di mettere in campo la linea politica su cui ha vinto il congresso, ma non ha il diritto di cambiare la natura di un partito. Ed è quello che sta succedendo. Il PD non è nato come un partito di sinistra identitario, non è nato così. È nato come un partito riformista di centro-sinistra, è la casa di chi, come me, veniva da una formazione democratica, popolare, cattolica, liberale.

Io venivo da una formazione così, dalla Margherita. Se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo. Ma io non sono una nemica, sono una fondatrice di questa comunità, che ha esattamente quell’estrazione politica. E su questo io voglio essere chiara. Noi non possiamo scappare più, cari amici e cari compagni. Ci dobbiamo intendere con grande rigore e con grande serietà che il PD è ancora posto, è ancora casa per i democratici, per i liberali? Sugli autobus c’è scritto “si prega di non parlare al conducente”, perché è vero, non si disturba chi è alla guida, ma forse, visto che la strada che stiamo attraversando non è quella che abbiamo scelto insieme, forse allora le nostre voci sono più che una semplice richiesta di informazioni. Sono la volontà di mondi che esistono, con cui parliamo, che ci votano, che ci vorrebbero votare ancora, che ci fanno capire davvero qual è il termine ultimo, cioè la destinazione di questo nostro viaggio. E noi abbiamo bisogno di capirlo, Elly, con serietà, con rigore, ma anche con onestà, senza perdere altro tempo. Grazie.

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Eurodeputata del Partito Democratico eletta nella circoscrizione dell'Italia Meridionale.