Alla fine è arrivata anche l’accusa più sanguinosa: «Siete come i neofascisti». Quella che il Nazareno sferra in due mosse. La prima compare sui canali social del Pd: «CasaPound ha annunciato che voterà Sì. Ricordagli che la Costituzione è antifascista, vota No». Poi è la segretaria in persona, Elly Schlein, nel talk di La7 condotto da Giovanni Floris, a ribadire: «Mi sembra che quelli che votano Sì non siano, diciamo, ben accompagnati». Segue una sequenza di altre card: centinaia di persone immortalate durante un raduno con il braccio teso e la scritta in sovrimpressione: «Loro votano Sì».

In pratica, quel che tecnicamente si definisce uno sgambetto in area di rigore. A fischiare la massima punizione è persino l’astutissimo leader del M5S, Giuseppe Conte: «Non la metterei sul piano fascismo-antifascismo». Già, perché il Pd sulla separazione delle carriere dei giudici è il fronte che si presenta più diviso alla consultazione del 22-23 marzo. Con mezzo partito che si è pubblicamente schierato per il Sì. E con un altro pezzo rilevante che, nel passato recente, ha sostenuto le ragioni della riforma costituzionale (come la responsabile Giustizia Debora Serracchiani), firmando nel 2019 la candidatura di Maurizio Martina.

In mezzo c’è spazio anche per l’avanspettacolo. Solo sabato scorso, Schlein a Napoli, dall’assise del nuovo alleato interno Stefano Bonaccini, aveva promesso: «Siamo un partito pluralista. La nostra minoranza ha pari dignità». Un’apertura che aveva rincuorato gli ottimisti e reso guardinghi i più critici. «Solo parole, lo dimostri con i fatti», aveva tuonato la senatrice dem Simona Malpezzi. In effetti non c’è stato molto da aspettare.

La più rapida a segnalare la gaffe della numero uno del Nazareno è Anna Paola Concia, promotrice del Sì ed ex deputata del Pd. «Sono sconcertata – scrive l’attivista su X – quindi anche tu eri mal accompagnata nel 2016, quando CasaPound votò No ai referendum sul bicameralismo». La segretaria, eletta nelle liste del Pd alle Europee del 2014, l’anno successivo abbandonò il partito in polemica con l’allora segretario Matteo Renzi. E dieci anni fa, alla consultazione costituzionale, votò esattamente come i neofascisti. Insieme a una nutrita componente della sinistra interna, che festeggiò la sconfitta referendaria con un brindisi.

La comunicazione choc ha l’effetto di terremotare i rapporti con la minoranza, peraltro già in forte sofferenza. Le bordate partono da Bruxelles. È la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, la più netta: «La linea comunicativa del Partito democratico è gravemente insultante e svilente». Due aggettivi affilati come lamette. Poi la preghiera: «Io voterò Sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto. Basta, vi prego, con accuse infamanti». La segue l’eurodeputata bolognese Elisabetta Gualmini: «Il video del Pd raggiunge forse il punto più basso di qualsiasi polemica politica». Pacato ma fermo il vicepresidente di Libertà Eguale, Stefano Ceccanti, leader del comitato “La sinistra che vota sì”: «Non mi sarei aspettato dal Pd una campagna che delegittima».

Da fuori, dal Partito Liberaldemocratico, “sparano” due ex di un certo peso. Il segretario Luigi Marattin è perentorio: «Questa riforma fu impostata dalla medaglia d’argento al valor militare della Resistenza, il socialista Giuliano Vassalli». Stessa falsariga per il presidente Andrea Marcucci: «È un insulto gratuito che sottolinea solo la profonda ignoranza di chi lo ha pronunciato». La morale la riassume l’avvocato Gian Domenico Caiazza: «Secondo il Pd anche Giuliano Vassalli, Marco Pannella e Augusto Barbera sarebbero fascisti».

L’accelerazione impressa da Elly Schlein significa due cose. La prima è che la segretaria si gioca la sua “testa” alle urne di marzo, o bene bene o male male. La seconda è che al Nazareno sarà difficile trovare una tregua. La segretaria con l’“elmetto”, stavolta, è decisa ad affondare il coltello: «Dopo di me, il diluvio».