Anna Gallucci ricopre la funzione di pubblico ministero a Pesaro, dopo avere fatto il sostituto procuratore anche a Rimini e a Termini Imerese. È stata tra le personalità della magistratura più impegnate nella campagna referendaria. Il clima che vede, lo racconta con la rabbia e l’orgoglio che ha caratterizzato la campagna.

«Io non sono più iscritta all’Associazione Nazionale Magistrati, o meglio, ho chiesto di essere cancellata. Ricordo bene che all’indomani del referendum, il presidente del Comitato Giustizia del No disse che quel comitato si sarebbe sciolto perché era nato e sarebbe finito con il referendum. Probabilmente questo non è avvenuto. Durante la campagna referendaria l’Associazione Nazionale Magistrati è scesa in campo come un vero e proprio soggetto politico. Anche noi, magistrati per il Sì, abbiamo cercato di esporre le nostre idee. Si è delineato un quadro nuovo, dove la magistratura rischia di diventare assimilabile a un partito politico. Occorrono quindi garanzie affinché si salvaguardi non solo l’imparzialità, ma anche l’apparenza dell’imparzialità».

Lei richiama spesso il principio della separazione dei poteri. Perché ritiene che oggi sia così cruciale?
«Noi magistrati non rispondiamo al popolo, perché il popolo non può mandarci a casa come avviene per il potere legislativo. Non abbiamo responsabilità politiche, ma strumenti giudiziari fortissimi. Dobbiamo stare attenti affinché i poteri rimangano separati, perché solo nelle dittature c’è coincidenza tra i poteri. Per questo servono regole chiare e precise, in modo che lo spazio per interpretazioni creative dei magistrati si restringa il più possibile».

Qual è il confine tra il diritto dei magistrati a intervenire nel dibattito pubblico e il rischio di una deriva politica?
«È ovvio che noi magistrati dobbiamo esprimerci su questioni tecniche. Ma un conto è intervenire su profili tecnici, un altro è aspirare a una legittimazione popolare. Noi dobbiamo rimanere confinati entro i profili pratici, organizzativi e giuridici. I fini ultimi deve sceglierli il Parlamento, non la magistratura».

Lei è al centro di una vicenda delicata: il senatore Roberto Scarpinato ha chiesto di acquisire il suo fascicolo personale. Che cosa è accaduto?
«Sì, due volte. Ho appreso recentemente che sono state rivolte due istanze al Consiglio Superiore della Magistratura. Io conosco soltanto il contenuto di una delle due. Non so perché ne abbia presentate due. Io avevo posto problemi rispetto ai quali mi sarebbe piaciuto un confronto nel merito con il senatore Scarpinato. Quel confronto non è mai avvenuto: sono stata soltanto attaccata e delegittimata. Tra l’altro, chiedendo i miei atti, ha affermato che io lo avrei diffamato, finendo invece per diffamare me».

Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha chiesto di estendere l’applicazione dell’articolo 270 del codice di procedura penale per rafforzare le indagini su mafia e terrorismo. Lei come valuta questa prospettiva?
«Il tema delle intercettazioni è molto complesso. Vorrei che tutti sapessero che per essere intercettati non è necessario essere colpevoli: il presupposto è l’esistenza di gravi indizi di reato, non di colpevolezza. Si può essere intercettati anche come persone offese, cioè vittime di un reato. Naturalmente il tema della sicurezza esiste e la magistratura deve avere strumenti idonei per reprimere la criminalità. Però oggi, attraverso i captatori informatici, i Trojan, si entra a trecentosessanta gradi nella vita di una persona».

Quanto sono invasivi questi strumenti?
«Moltissimo. I captatori consentono di acquisire chat Whatsapp, Telegram, tutti i sistemi applicativi, persino screenshot in diretta dello schermo. E c’è un punto decisivo: attraverso il Trojan si acquisisce l’intera chat, anche la parte precedente rispetto all’autorizzazione all’intercettazione. Noi oggi ci confrontiamo con uno strumento altamente invasivo, sul quale bisogna aprire una riflessione seria».

Lei sostiene che il problema non sia soltanto l’intercettazione in sé, ma anche il rapporto con certa informazione.
«Esatto. Il problema è il cortocircuito tra magistratura e una certa informazione. Quando si fa il taglia e cuci di una chat privata e quel materiale finisce sui giornali, una persona può essere distrutta. Pensiamo a quante cose custodiamo nei nostri telefoni: foto, chat, documenti. Con il captatore si può prendere tutto. L’indagato può difendersi, ma il soggetto estraneo al procedimento non ha praticamente alcuna tutela. Questo è stato evidenziato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo».

Oggi alla Camera si tiene un momento di confronto promosso da chi si è battuto per il Sì al referendum. Qual è il senso di questa iniziativa?
«Sono stata invitata a titolo personale dalla dottoressa Francesca Scopelliti. Io ritengo che la volontà espressa nel referendum sia sacra e intangibile. Però sono stati posti problemi che esistono a prescindere da come ciascuno abbia votato. La giustizia va riformata, anche mettendo mano all’ordinamento giudiziario. Servono criteri sempre più certi e oggettivi che guidino la nostra professione quotidiana».

Qual è, secondo lei, la priorità assoluta?
«Bisogna interrompere il cortocircuito tra magistratura e informazione. Si entra troppo spesso a gamba tesa nella vita delle persone. Io stessa ho disposto moltissime intercettazioni e conosco bene la delicatezza di questi strumenti. Mi rimetterò sempre a ciò che stabilirà il legislatore. Ma oggi il problema riguarda anche il sequestro dei supporti informatici: se io sequestrato un telefonino contenente una chat privata, quella conversazione non rientra nella disciplina delle intercettazioni. Sono temi enormi sui quali bisogna riflettere seriamente. Credo che nella fase precedente al processo il cittadino debba avere ogni possibilità di far valere le proprie ragioni. Dopodiché, dopo una sentenza di condanna, servono certezza della pena e sicurezza per garantire le vittime dei reati».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.