C’è qualcosa di veramente rivelatore nell’articolo apparso sul Fatto Quotidiano a firma di Antonio Patrono, magistrato presso la Procura Generale di Genova: il tono. Quel tono da vincitore che, archiviato il referendum, si sente finalmente autorizzato a dire ciò che durante la campagna era stato prudentemente taciuto. E cioè che la separazione delle carriere sarebbe una bizzarria degli avvocati, una specie di ossessione di categoria della quale finalmente non sentiremo più parlare, mentre le vere urgenze sarebbero: “meno garanzie”, meno tutela per la riservatezza delle comunicazioni, meno impugnazioni, meno diritto dell’imputato a difendersi. Finalmente, insomma, viene allo scoperto quella idea di giustizia declinata secondo una concezione apertamente autoritaria e repressiva, nella quale giudice e pubblico ministero devono restare nella medesima organizzazione, condividere cultura, carriera, organi di governo e la comune missione di repressione penale.

L’autore attacca in modo frontale, una dopo l’altra, tutte le garanzie fondamentali del processo penale, degradate ad inutili orpelli, il cui unico scopo sarebbe quello di legare le mani all’accusatore e far perdere tempo allo Stato. Il diritto dell’imputato a non collaborare alla propria condanna e a scegliere se rispondere senza l’obbligo di dire la verità, viene trattato come una stortura italiana, quando invece è uno dei cardini dello Stato di diritto: nessuno può essere costretto ad accusare sé stesso. Il sistema delle impugnazioni viene liquidato come un intralcio, quasi che appello e Cassazione non servissero a correggere gli errori, spesso drammatici, del primo giudice e così via. Il codice Vassalli del 1988 è nato proprio per superare il modello inquisitorio del codice Rocco del 1930, figlio dello Stato autoritario prerepubblicano. Ha introdotto il principio del contraddittorio nella formazione della prova, la parità delle parti, la necessità di un giudice terzo ed equidistante da chi accusa e da chi difende, oltreché imparziale. Dopo pochi anni, è stato necessario consacrare quei principi nell’articolo 111 della Costituzione sul “giusto processo” per metterli al sicuro da una sistematica opera di demolizione frutto di una cultura inquisitoria fortemente radicata nella magistratura, che aveva portato alle note pronunce della Corte costituzionale dell’inizio degli anni ‘90. La nostalgia che traspare dall’articolo per un sistema nel quale il processo sia più rapido perché meno garantito, il giudice più vicino all’accusa e la difesa meno incisiva, è la nostalgia per un modello che la nostra democrazia, in un illuminato tratto evolutivo di matrice liberale, aveva consapevolmente archiviato.

Grave, quanto sfacciato, è il fastidio manifestato verso i limiti alle intercettazioni e verso la tutela della privacy, evocata con malcelato sarcasmo, come se fosse una bizzarria da anime belle. Ma la “privacy”, come viene sommariamente chiamata, è in realtà la libertà delle comunicazioni, che la Costituzione proclama inviolabile. Così come sono inviolabili la libertà personale, il domicilio, il diritto di difesa.
Non sono concessioni benevole all’indagato, o all’imputato: sono limiti imposti al potere dello Stato, a tutela delle libertà del cittadino.
E poi il correntismo. Ridotto, con una scrollata di spalle, a una questione di etica personale. Come se decenni di degenerazioni, spartizioni, appartenenze, fedeltà correntizie, nomine pilotate, tentativi di screditare altri magistrati, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, potessero essere risolti invitando semplicemente i magistrati a comportarsi meglio. È la riproposizione del solito trito argomento di chi non vuole cambiare nulla: non servono regole, basta la virtù. Peccato che le democrazie liberali si fondino sull’idea opposta. Le regole servono proprio perché la virtù non basta ed in questo caso possiamo dire di averne avuto ampiamente prova.

I sostenitori del “no” al referendum hanno accusato la riforma di essere autoritaria e di attentare alla Costituzione. La riforma respinta non era una minaccia alla democrazia. Era il tentativo, forse imperfetto, ma certamente necessario, di renderla più adulta, nell’interesse dei cittadini a garanzia delle loro libertà. A risultare minacciosa, oggi, è la visione di chi, sentendosi vincitore e liberatosi della prudenza referendaria, mostra finalmente il proprio volto: quello di una giustizia che non controlla il potere, ma si identifica con esso. Queste righe hanno però almeno un indiscutibile merito: diventare il miglior manifesto possibile per tornare subito a parlare di separazione delle carriere e di riforma liberale della giustizia. E sia chiaro: l’avvocatura saprà opporsi, con ogni mezzo democratico, a qualunque tentativo di riportare il processo verso una deriva inquisitoria e illiberale.

Rinaldo Romanelli

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