«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà». Eraclito ci ammonisce, e noi oggi potremmo ripeterlo dinanzi alla crisi che attraversa il rapporto tra giustizia e politica. Non un’utopia ingenua, ma quella che Ernst Bloch chiamava docta spes: speranza consapevole, capace di orientare l’azione verso un ordine migliore. L’utopia non nega la realtà, si oppone alla passiva accettazione di una realtà data e immutabile.

La Prima Repubblica si dissolse nel 1992 sotto i colpi di Tangentopoli. Molti videro una liberazione: finalmente il malcostume sarebbe stato estirpato. Ma, come nei ricorsi storici che Vico ci ha insegnato a riconoscere, si gettò il bambino con l’acqua sporca. L’intera classe dirigente travolta: oltre 4.500 indagati, 3.200 rinviati a giudizio, eppure oltre 1.100 assolti o prosciolti. Più di un terzo. Vite devastate da processi mediatici prima ancora che giudiziari. Trentuno suicidi: da Raul Gardini a Gabriele Cagliari, da Sergio Moroni a tanti altri di cui si è persa memoria. Il vuoto della politica delegittimata venne colmato dalla supplenza giudiziaria. L’articolo 68 della Costituzione neutralizzato da una politica incapace di purificarsi dall’interno. Si affermò quello che Montesquieu avrebbe giudicato un pericoloso squilibrio tra i poteri: il giudice non più bouche de la loi, ma protagonista politico, osannato con cittadinanze onorarie. Nacque il giacobinismo giudiziario: la magistratura custode esclusiva della moralità pubblica, legalità e giustizia confuse, indagine e condanna sovrapposte.

Una distinzione s’impone. La legalità formale non coincide con la giustizia sostanziale. Un comportamento può essere legalmente ineccepibile e moralmente riprovevole; un piccolo reato in stato di necessità pesa meno di gravi mancanze disciplinari che non integrano fattispecie penali. Aristotele insegnava che la giustizia è virtù completa perché chi la possiede può usarla verso gli altri. Ma richiede rispetto della praesumptio innocentiae, oggi sacrificata al clamore mediatico. Gli effetti sono sotto i nostri occhi. L’antimafia di facciata, con figure come Saguto e Montante, ha dimostrato come il legalismo forcaiolo possa diventare strumento di potere personale. Lo scandalo del CSM ha rivelato correnti e spartizioni che altrove avrebbero portato allo scioglimento dell’organo. Il processo sulla trattativa Stato-mafia si è sgonfiato, ma ha scritto nell’immaginario collettivo una storia che non corrisponde a verità: deformazione storica che sopravvive all’esito giudiziario. E la cosiddetta pista nera sulla strage Borsellino è stata smontata come teorema accusatorio fondato sul nulla. Guardare indietro per guardare avanti. Aldo Moro, che non aveva l’abito per rappresentare l’Italia e doveva farselo prestare. Alcide De Gasperi, che dalla politica trasse sacrifici, non ricchezze. De Nicola, Einaudi: figure liberali per cui il servizio pubblico era missione. Incarnavano quella probitas romana che Cicerone poneva a fondamento della res publica.

Ripartire dalle piccole cose, anche quelle «di pessimo gusto» care a Gozzano. La nuova tavola etica non teme il confronto, ma aborre l’invettiva ad personam. I politici facciano i politici, i giudici scrivano nelle sentenze senza formare partitini. Il diritto di critica verso ogni potere sia ripristinato. Le garanzie fondamentali comprimibili solo come extrema ratio. Utopia? Forse. Ma Tommaso Moro insegnava che il luogo che non c’è è il luogo che deve ancora venire. Del resto, quando dal vaso di Pandora si riversarono tutti i mali sul mondo, in fondo rimase soltanto Elpis, la Speranza: ultima consolazione per l’umanità, «ultima Dea» come la chiamò Foscolo nei Sepolcri. Solo ricostruendo un’identità nazionale fondata sul garantismo, sul dialogo invece che sullo scontro, potremo lasciare il giacobinismo giudiziario ai libri di storia. In questo nuovo anno, tale speranza è forse il dono più prezioso che possiamo farci.

Stefano Giordano

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