Non si parli di posizioni isolate né di voci fuori dal coro: dentro la sinistra italiana cresce, si espone e si rafforza il fronte riformista che sostiene apertamente il Sì al referendum sulla magistratura. Non per rottura identitaria, ma per coerenza politica. Perché questa riforma interviene sui nodi concreti della malagiustizia. Per modernizzare il sistema, rafforzare le garanzie, restituire credibilità. Su questo terreno, sempre più esponenti hanno deciso di metterci la faccia, con coraggio.

«La separazione delle carriere è il cuore della riforma, perché introduce una distinzione più netta, più moderna, più coerente tra funzione requirente e funzione giudicante. E lo fa con una finalità molto precisa: rafforzare le garanzie dei cittadini e rendere il sistema più trasparente, più leggibile, più credibile», annota Marco Minniti, ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni. Una posizione che risuona anche dentro mondi tradizionalmente più identitari della sinistra, come sottolinea Anna Paola Concia (già deputata del Partito democratico): «La devono finire con questa storia che esistono le femministe buone che votano No. Io voterò convintamente Sì, e non sono meno femminista delle altre per tale ragione». Ma il nodo non è solo culturale. È anche politico. Perché, come osserva Anna Bucciarelli, ex senatrice dei Progressisti e de L’Ulivo, una parte della sinistra ha smarrito la propria vocazione al cambiamento: «Vedo troppe “novelle metropolitane” raccontate dalla sinistra, troppo conservatorismo. Chi ha scelto la politica per cambiare il mondo, o almeno governare le contraddizioni del presente, dovrebbe riconoscere una riforma giusta quando la vede».

Il tema del coraggio torna con forza anche nelle parole dell’ex senatore dem Stefano Esposito, che lega la scelta al vissuto personale: «Il Pd ha fatto questa campagna referendaria al traino dell’Anm e dei grillini. Sono loro ad essere cambiati, non io. Io voto Sì non per risentimento, ma affinché nessuno debba mai finire nel tritacarne di un sistema che oggi non funziona». Dietro queste prese di posizione c’è anche una cruda denuncia delle distorsioni attuali, come denuncia Bobo Craxi, presidente del comitato Psi per il Sì. «Oltre mille casi l’anno di errori giudiziari, l’irragionevole durata dei processi, l’abuso delle intercettazioni. Nel 95% dei casi della Disciplinare tutto passa in cavalleria. Difendere i diritti dei poveri diavoli dovrebbe essere un allarme per la sinistra. Invece c’è una curiosa disperazione nel difendere l’esistente».

A dispetto delle paure agitate dal fronte del No, i numeri raccontano un’altra storia. Augusto Barbera, Presidente emerito della Corte costituzionale, lascia parlare le cifre: «Nei due Csm i magistrati continueranno a costituire i due terzi dei componenti, mentre nell’Alta Corte disciplinare i giudici scelti tra i magistrati saranno 9 su 15 (3 saranno scelti dal Capo dello Stato e 3 estratti a sorte dall’elenco del Parlamento)». Anche sul piano costituzionale, il Sì è un passo avanti. «Se vince il Sì l’autocrazia non arriva. Semmai si fa una cosa che con la democrazia ha molto a che fare, ossia finalmente si può applicare l’articolo 111 della Costituzione», osserva Enrico Morando, volto storico di Pds, Ds e Pd. Anche il costituzionalista Stefano Ceccanti, già deputato dem, smentisce gli allarmismi: «Ora è scritto in maniera più chiara: il Pm ha la stessa indipendenza del Giudice».

C’è un filo storico che lega questa battaglia al passato riformista della sinistra. Claudio Petruccioli, dirigente di primo piano del Pci, lo ricorda senza esitazioni: «Sono sostenitore della separazione delle carriere da prima di Tangentopoli». Non una svolta improvvisa, dunque, ma una coerenza lunga decenni. E proprio sulla coerenza si gioca la partita. «Dopo il voto si dovrà discutere seriamente. I socialisti democratici porranno il tema: esiste un problema per i riformisti a sinistra», avverte Umberto Costi, segretario di Socialdemocrazia SD.

I Sì fioccano anche dai banchi dell’opposizione di oggi. A partire da Carlo Calenda, leader di Azione, secondo cui domenica e lunedì bisogna battere quel «fronte trasversale del No a ogni cambiamento». L’europarlamentare Elisabetta Gualmini, che di recente è uscita dal Pd, dà una lezione ai presunti antifascisti: «È una riforma antifascista: modifichiamo e completiamo la revisione del sistema inquisitorio tipico del fascismo, del Codice Rocco». Non a caso, la stessa vicepresidente del Parlamento europeo, la dem Pina Picierno, smentisce il teorema per cui la magistratura finirebbe sotto il controllo del governo: «Tutte le norme costituzionali che garantiscono l’indipendenza della magistratura restano immutate. Anche con la riforma servirà la maggioranza qualificata dei tre quinti per formare la lista da cui sorteggiare i membri laici».

Non esistono più alibi, né zone grigie in cui nascondersi: o si cambia o si resta complici della malagiustizia. Votare Sì significa assumersi fino in fondo la responsabilità del cambiamento. Ora o mai più.