La campagna del referendum ha avuto una radicalizzazione per una ragione di fondo: l’area costituita da tutte le componenti di sinistra del campo largo ha scelto a priori, indipendentemente dai contenuti della riforma, di votare No. Lo ha fatto per una ragione di fondo: tutte queste componenti (maggioranza del Pd, M5S, Avs) sono così deboli politicamente da dipendere dal “nucleo duro” dell’Anm costituito dal gruppo oltranzista dei pm.

In secondo luogo, fra la Schlein e Conte è in atto sottotraccia una lotta senza esclusione di colpi per la leadership e allora la Schlein ha dovuto cavalcare a sua volta la tigre dell’oltranzismo giudiziario per non concedere a Conte un’arma politica assai incisiva. Per altro verso il blocco di potere all’interno dell’Anm, costituito dal nucleo duro e forte dei pm e di alcune Procure, sta conducendo una battaglia per la vita e per la morte perché esso fin dal 1992-94 ha aggregato con una parte del Pd (allora D’Alema e Veltroni), e successivamente con il Movimento 5 Stelle, un nucleo politico-giudiziario-mediatico che intende dominare la vita politica italiana e che sarebbe indebolito, qualora passassero alcuni aspetti della riforma, dai due Csm eletti per sorteggio.

La riforma fatta dal governo di centrodestra paradossalmente è di sinistra, appartiene all’elaborazione fatta a suo tempo dal filone socialista e da quello di una parte del Pci tant’è che Il Riformista ha potuto pubblicare un album di foto che raggruppa un numero incredibile di esponenti della sinistra storica. Così la scelta obbligata fatta dagli attuali dirigenti dei partiti del campo largo è stata quella di fondare la campagna elettorale del No su un misto di bugie e di forzature provocatorie: primo, la riforma prevederebbe la subalternità dei pm all’esecutivo, affermazione smentita dall’articolo 104 della Costituzione riscritto dalla riforma. Secondo, la riforma sarebbe la premessa per una operazione autoritaria, reazionaria, parafascista: di questa operazione non si vede alcun segno. Terzo, secondo Gratteri, Di Matteo e Grasso per il Sì voterebbero i delinquenti, i mafiosi, i massoni deviati, gli indagati (da essi considerati già colpevoli).

L’aspetto paradossale della situazione è invece costituito proprio dalla ricaduta della riforma sugli equilibri interni alla magistratura anche per ciò che riguarda l’esercizio della giurisdizione. La separazione delle carriere, il sorteggio, il ridimensionamento delle correnti se realizzate si traducono in una sorta di movimento per la liberazione e il riscatto politico e professionale della parte più debole ed esposta della magistratura giudicante, vale a dire i gip che sarebbero sottratti alla prevaricazione oggi permanente da parte dei pubblici ministeri. Qualora fossero resi liberi e autonomi, i gip avrebbero un ruolo assai importante: quello di rifare le bucce ai pm nella fase assai delicata delle indagini preliminari quando la difesa degli imputati da parte degli avvocati è molto debole. Al contrario, in quella fase i pm sono fortissimi: conducono essi le indagini, comandano la polizia giudiziaria e decidono le intercettazioni, utilizzano senza limiti i cronisti giudiziari a cui passano a loro discrezione pezzi significativi di notizie sottoposte al segreto istruttorio.

I gip collocati in uno dei due Csm, quello della magistratura giudicante, e quindi non più prevaricati per ciò che riguarda la loro carriera dai cinquanta cacicchi che controllano le attuali correnti dell’Anm e nemmeno condizionati dai pm, avrebbero la grande occasione di riconquistare la loro piena libertà professionale rendendo così reale un’articolazione della procedura penale che oggi è invece puramente formale come dimostrano quasi tutte le vicende processuali e in modo clamoroso quella decisiva di Mani pulite segnata da una incredibile lesione della legge quale fu il fascicolo unico gestito da un solo gip, appunto Italo Ghitti, fedele esecutore delle decisioni delle Procure anche sul terreno della custodia cautelare.

Per questo il blocco di potere che dal ’92 controlla il sistema giudiziario e attraverso di esso condiziona largamente la politica sta conducendo una battaglia senza esclusione di colpi, uno dei quali è stato quello denunciato da Il Riformista che ha rilevato come Luigi Ferrarella, da sempre tramite fra la Procura e il Corriere della Sera, ha condizionato in modo decisivo nel senso del No l’articolo scritto a quattro mani con Milena Gabanelli.