-4 al voto
Referendum: il Sì a sinistra, l’esito delle urne e i quattro scenari
Succede, a poco a poco, che il Sì, compattato dalle forze di governo, tacita anche antiche riserve sul garantismo (dove era annidata una componente forcaiola). Mentre il No, compattato dall’asse di indirizzo delle opposizioni (diciamo PD-5 Stelle), vede formarsi quella componente che parla di sé come la “sinistra per il Sì”. Prima composta da minoranze moderate, da filo-centristi, da cespugli liberal-democratici. Adesso anche con dichiarazioni di esponenti di tradizione di sinistra senza aggettivi.
Scalpore, infatti, per le dichiarazioni di voto di Giuliano Pisapia. D’accordo: figlio di un avvocato e giurista che difendeva storicamente la causa della separazione delle carriere dei magistrati, e lui stesso coautore di una riforma della giustizia bipartisan scritta in Parlamento proprio con Carlo Nordio, autore della riforma oggetto di referendum. Ma, al tempo stesso, esponente di appartenenze della sinistra “pura” dell’emiciclo. Non c’è solo questa linea di coerenza. Ci sono anche le argomentazioni dei titubanti. Prendo ad esempio il mio amico Guido Melis, storico delle istituzioni e già consigliere della Scuola Superiore della Magistratura. Soppesa, soppesa, si tormenta, ma alla fine approda al Sì. Cosa significa questa divaricazione in un’area politica che o trova la sua composizione pragmatica (modello Manfredi), oppure diventa parte di antiche conflittualità ideologiche o personalistiche, che la condannano a perdere confronti elettorali ormai teatro più di voto militante che di voto di opinione? Credo che questo sarà l’interrogativo più fecondo che questa esperienza referendaria lascerà in eredità. Voglio dire – per arrivare a sintesi – che questo ridisegno del voto, tradotto nello scenario del dopo-referendum, potrebbe significare cose non così evidenti fino a pochi giorni fa.
Il significato
La prima è l’oggettiva sottrazione del successo del Sì (ove si avverasse, si intende) al continuato miracolo meloniano. La seconda è l’oggettiva fragilizzazione del modello (pur ruvido e un po’ discontinuo) di un’alleanza Schlein-Conte per costruire il perimetro dell’agenda dell’offerta politica della sinistra per il 2027 (anche se il No dovesse perdere). La terza è il dichiararsi in pubblico del Sì a sinistra, superando come “secondario” il rischio di inscatolamento politico da parte della Meloni. Cosa che potrebbe indurre anche un segmento del “No sofferto” (so che esiste) a dichiararsi di più, anche in questa fase finale e cruciale di campagna: cioè quel No che avverte il tema della separazione delle carriere (attenzione, cosa ben diversa dalla separazione delle funzioni, che già c’è), ma considera esistente il rischio di sfruttamento del risultato per successive manovre di assoggettamento politico della magistratura.
Un quarto scenarietto – lo chiamo così perché nessuno parla più seriamente di riforme – appartiene alla gamba del tavolo che chiamiamo “Sì sofferto” e riguarda l’idea che, contro il muro di chi non vuole in sostanza alcuna riforma della giustizia, qui almeno si apre un piccolo cantiere di cambiamenti.
Naturalmente il “No sofferto” appare fondato su un sospetto e, comunque, sul rifiuto di confondersi con l’elettorato italo-trumpiano; mentre il “Sì sofferto” apre la speranza di un piccolo ma importante allargamento del fragile compito dei “riformatori”. Insomma, si sommano argomenti che rendono più evidente la biforcazione sia del No che del Sì, intesi come un’antinomia perfetta. In buona sostanza, si è trasformata l’articolazione bipolare del referendum in una articolazione quadripolare. E potrebbe essere il preavviso dell’avvio di una fase politica nuova, meno polarizzata.
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