-5 giorni al voto
Referendum giustizia, è tempo di spazzare via la cappa che strangola il riformismo
Tra sei giorni capiremo se l’Italia continuerà ad essere quella nazione incompiuta, impantanata, incapace di superare i propri limiti e che ha respinto ogni possibilità di riforma che nel corso del tempo si è presentata, oppure se finalmente la cappa che strangola il riformismo sarà superata, infranta una volta per tutte.
Il referendum rappresenta non solo l’opportunità storica di cancellare l’anomalia tutta italiana che ci distingue da quelle democrazie liberali alle quali ci onoriamo di appartenere, ma da cui siamo ancora estremamente lontani. In ballo c’è la possibilità di cambiare, di immaginare un futuro diverso, una strada che per la prima volta non sia costellata di rimorsi. Francesco Cossiga una volta diede la definizione perfetta del nostro essere come nazione, quando sentenziò che il “paradigma culturale dell’imperfezione genetica lega con un filo forte la storia dello sviluppo politico dell’Italia unita”, e quella imperfezione non può che essere imputata a noi stessi, e politicamente a coloro che – con cinismo autoreferenziale – hanno ostacolato ogni possibilità di cambiamento, trincerandosi dietro la patina ipocrita e menzognera della difesa della Costituzione.
Se c’è qualcosa che in questo Paese non è mai stata minacciata, quella è la Costituzione. Così come ipocrita è l’accusa di tradirne lo spirito ogni qual volta si presenta l’occasione di risolvere quelle aporie che per ragioni storiche né la Costituente né poi le prime legislature repubblicane furono in grado di risanare. Riformare non è tradire. Al contrario, nel riformismo è connaturato quello spirito rigenerativo che ha lo scopo di eliminare i limiti, colmare i vuoti e restituire alla Costituzione il suo spirito autentico. Non è un caso che gli stessi Padri costituenti hanno concesso e previsto la possibilità di riformare la Carta costituzionale. Ma se un tempo sussistevano limiti ideologici fondati su timori reciproci, e sul costante rischio che il fragile equilibrio crollasse di colpo, oggi tutto ciò non ha più ragion d’essere, e finalmente questo Paese merita la sua stagione riformista.
Per questo, la partita è ben più complessa di quello che molti pensano. Perché se da una parte la magistratura organizzata difende i propri privilegi e la sinistra del No spera di utilizzare questo voto come una clava politica contro il governo, entrambi rappresentano il freno corporativo alla crescita dell’Italia. E la trasversale adesione al fronte del Sì ne è la dimostrazione più evidente. Perché se andassimo a ritroso, scopriremmo che quel senso di incompletezza non è altro che il frutto di due secoli e più di freni e limiti, tutti posti da chi – per difendere l’interesse di pochi – ha sacrificato quello di tutti. Perché alla discussione nel merito si è sempre preferito un approccio ideologico e tendenzioso. Ciò che di più lontano possa esistere da una politica degna di questo nome.
Ci battiamo oggi contro uno stigma, contro la proiezione negativa della nostra storia, ma con l’opportunità di archiviare per sempre questa stagione e assaporare qualcosa di nuovo: la libertà di pensare a un’Italia senza catene, libera di riformare sé stessa e di dirsi completa.
© Riproduzione riservata







