Daniele Marini, sociologo dei processi economici all’Università di Padova, fotografa una generazione caleidoscopica: orizzontale dove i padri erano verticali, ancorata al “fare” ma in fuga dal piccolo, scettica sulla politica ma non sulla laboriosità ereditata.

Professore, partiamo dal lavoro. Cosa cercano oggi i giovani veneti?
«Il lavoro resta centrale, fondamentale per l’identità. Ma diversamente da chi li ha preceduti, non è più l’elemento cardine. Famiglia, salute, cultura, tempo libero hanno un’importanza similare se non superiore. Per le generazioni precedenti c’era una verticalità: prima la famiglia, poi il lavoro, poi gli amici. Per loro è tutto in orizzontale, come un mosaico. Ecco perché oggi, di fronte a una selezione, sono loro a dire all’azienda: «le farò sapere se la sua proposta mi va bene». Non viceversa».

C’è una peculiarità tutta veneta?
«Sì: più di altri, tendono a spostarsi in altre regioni o all’estero. Lo vediamo nelle iscrizioni universitarie — privilegiano Emilia-Romagna o Lombardia — e nel lavoro: o vicino a casa, o all’estero. E l’estero, che immaginiamo come ricerca di stipendi più alti, nasconde altro: là le opportunità di mobilità sociale sono di gran lunga superiori. È questo che li mobilita».

Il “piccolo è bello” del Nord-Est regge ancora?
«Quella logica appartiene al secolo scorso. Le imprese si sono spostate dalla micro alla fascia tra i dieci e i quarantanove dipendenti: la microimpresa resiste solo se fa prodotto di nicchia o sta dentro una filiera. Ma il problema vero è culturale. Il giovane si attende che l’impresa gli dica qual è il percorso di carriera, gli obiettivi, cosa succede da qui a un anno. Per una parte ancora consistente degli imprenditori prevale invece il «vieni qua, inizia a lavorare, fammi vedere cosa sai fare e poi ne parliamo». È un mismatch culturale vero e proprio. Risultato: dopo tre o quattro anni, cadono aziende. A Treviso ho visto un cartello: «cercasi personale, anche privo di esperienza». Fino a pochi anni fa si cercavano professionalità formate. Oggi le aziende prendono quello che trovano».
E sul versante politico? Il Veneto è stato territorio di grandi fermenti.
«Nella classifica dei valori, per i giovani politica e religione stanno all’ultimo posto: importanti per il quattordici per cento. Non ci sono più luoghi dove apprendere cultura civica: i partiti non sono presenti nel territorio, non ci sono più scuole di politica, nemmeno quelle della Chiesa. Ed è cambiato il significato della parola: partecipare non è più scendere in piazza per un progetto di ampio respiro, è impegnarsi su singole istanze. Aggiungiamoci la disintermediazione tecnologica: le firme per il referendum si raccolgono con lo SPID. La prova è nei dati elettorali: la quota di astensione giovanile è amplissima».

Quali aspirazioni emergono?
«Premessa: i giovani sono un caleidoscopio, ne parliamo al plurale, e cambiano più rapidamente che in passato. Mio figlio di ventinove anni sente i ventenni distanti da sé. Detto questo, vivono un mood negativo: pensano che le generazioni precedenti abbiano rovinato il mondo, basta guardare al clima, alle guerre. Il contesto è poco modificabile. Quindi l’aspirazione è vivere al meglio il momento. Per loro il futuro è il presente. La centratura si sposta sul sé, sulla gratificazione personale. Ho raccolto storie di figli che mollano una laurea in astrofisica per fare gli apicoltori, di ingegneri che lasciano l’azienda nonostante l’imprenditore offra di più, perché vogliono tempo per altro. Non sono casi marginali. L’unica certezza è l’incertezza: quindi godiamoci la vita».

Ultima domanda, apparentemente fuori tema, ma che ha a che vedere con storia e tensioni del territorio: i giovani veneti si sentono ancora veneti?
«Sì, e quell’identificazione passa attraverso la laboriosità. I veneti sono laboristi — non in senso politico, ma perché hanno ancora nel lavoro l’elemento identitario principale. Magari diventano meno imprenditori: ricordo una ragazza di ventitré anni che mi diceva «i miei genitori si sono spesi per il lavoro sacrificando le relazioni, perché io devo?». Ha ragione. Ma il fare resta l’elemento identitario di questo territorio. È un fare diverso però: un fare che lasci spazio ad altre soddisfazioni. Ma pur sempre un fare».